Anche gli influencer della disabilità stanno esagerando
di Marco Macri, La Tecnica della scuola
Quando la disabilità si trasforma in un racconto funzionale
C’è un mondo parallelo, affollato e lucrosissimo, che ruota attorno alla disabilità e che sui social prospera tra TikTok, Instagram e Facebook. Un ecosistema in cui influencer e presunti divulgatori — tra cui vengono spesso citati nomi come Acampora, Trapanese, Argonauti e altri ancora — costruiscono narrazioni potenti, emozionali, altamente condivisibili. E monetizzabili..
La domanda, però, è sempre la stessa: dove finiscono le narrazioni e dove comincia la realtà?
Perché mentre sui social si moltiplicano contenuti, storytelling e dirette, è più raro vedere gli stessi protagonisti nelle piazze, nei confronti diretti con genitori, insegnanti, terapisti. Ancora più raro vederli dentro il perimetro scomodo delle istituzioni, delle verifiche, delle responsabilità: esposti alla Corte dei Conti, ai procedimenti europei, alle segnalazioni OLAF o a qualunque forma di controllo che vada oltre il consenso digitale.
E allora la domanda si fa più scomoda: cosa sanno davvero questi narratori del mondo reale della formazione? Che idea hanno della differenza tra un percorso TFA svolto in università in presenza, con esami selettivi e sbarramenti rigorosi, e certe scorciatoie offerte da piattaforme online, talvolta estere, dove la certificazione rischia di diventare più accessibile della competenza?
E ancora: cosa conoscono davvero delle famiglie che ogni giorno combattono con diagnosi, terapie, logopedia, psicomotricità, ABA o Denver? Dove sono questi influencer quando il tema non è la performance social, ma la fatica concreta della cura, lontano dalle semplificazioni e dalle mode del momento — moto comprese?
Il punto, forse, non è la comunicazione in sé. È la trasformazione della disabilità in racconto funzionale: emotivo quanto basta, condivisibile quanto serve, redditizio quanto possibile. Una narrazione che rischia di diventare comoda proprio perché semplifica ciò che invece è complesso, stratificato, spesso doloroso.
E allora resta una domanda, inevitabile: la differenza tra chi difende davvero i diritti delle persone con disabilità e chi, invece, ne costruisce una rappresentazione utile soprattutto alla propria visibilità, è ancora chiara? Oppure si è dissolta nel rumore continuo dei social, dove tutto diventa contenuto e ogni contenuto diventa valore?
Che amarezza.

