Aggredita da un genitore, umiliata come insegnante e come donna

di Antonio Fundarò, Orizzonte Scuola

La storia della Professoressa De Pinto.
“Ho denunciato per proteggere la scuola, tacere normalizza la violenza”. 

 

Ci sono interventi che informano, interventi che interpretano e interventi che obbligano una comunità a guardarsi allo specchio. La testimonianza di Raffaella De Pinto, docente di scuola primaria pugliese, appartiene a quest’ultima categoria. Al convegno nazionale promosso dalla Gilda degli Insegnanti a Roma, dedicato alle aggressioni e al Patto Scuola-Famiglia nella Giornata Mondiale dell’Insegnante, le sue parole hanno portato dentro la sala non una teoria sulla violenza, ma l’esperienza concreta di chi quella violenza l’ha subita.

De Pinto era stata aggredita da un genitore, nell’aprile dello scorso anno, in una scuola di Molfetta. Ma il punto centrale del suo intervento non è stato la ricostruzione dell’episodio in sé. È stato ciò che l’episodio ha rivelato: il rischio che l’aggressività venga progressivamente assorbita dalla quotidianità scolastica, che i toni esasperati smettano di scandalizzare, che la mancanza di rispetto diventi una sorta di rumore di fondo e che, proprio per questo, chi subisce scelga di tacere.

“Il silenzio non protegge la scuola”

“Ho scelto di denunciare non per fare rumore – ha spiegato – ma perché ritengo che il silenzio non protegga la scuola e fa passare l’idea che certi comportamenti possano essere tollerati o minimizzati”. È una frase che contiene una distinzione essenziale. Denunciare non significa mettersi contro la scuola. Può significare, al contrario, proteggerne la funzione, rifiutando che la violenza diventi compatibile con la normalità.

La docente lo ha detto con nettezza: “La scuola autorevole non è quella che tace davanti alla violenza ma reagisce con fermezza: la mia denuncia non è un atto contro la scuola ma per la scuola”. In queste parole c’è forse una delle questioni più delicate emerse nell’intero convegno romano. Per molto tempo, in alcuni contesti, si è potuto pensare che rendere pubblico un conflitto, un’aggressione o una grave forma di intimidazione significasse esporre l’istituzione, danneggiarne l’immagine, alimentare polemiche. La testimonianza di De Pinto rovescia questa prospettiva: ciò che indebolisce davvero la scuola non è la verità di un problema, ma l’incapacità di affrontarlo.

Il punto non riguarda soltanto le aggressioni fisiche. De Pinto ha richiamato il progressivo assuefarsi a linguaggi aggressivi, delegittimazioni, minacce, contestazioni esasperate. “Ci stiamo abituando ai toni esasperati dell’aggressività e della mancanza di rispetto”, ha ricordato. È forse questo il passaggio più inquietante: quando un comportamento non provoca più una reazione collettiva, il confine della tollerabilità si sposta. Quello che ieri avrebbe generato indignazione, domani rischia di essere considerato soltanto “un episodio difficile” da gestire.

Aggredita come insegnante e come donna

Una scuola può perdere autorevolezza non soltanto quando un docente viene colpito, ma anche quando la comunità smette di percepire come intollerabile che venga insultato, intimidito, umiliato o delegittimato. La violenza diventa allora un problema culturale prima ancora che disciplinare o giudiziario.

“Sono stata aggredita come insegnante e come donna, sono stata umiliata e intimidita”, ha raccontato De Pinto. Due dimensioni che non possono essere separate. L’aggressione colpisce la persona, ma colpisce anche il ruolo professionale che quella persona rappresenta. Ferire un insegnante mentre esercita la propria funzione significa colpire simbolicamente l’istituzione che gli ha affidato il compito di educare, valutare, porre limiti, accompagnare la crescita.

Nella sua testimonianza c’è anche un dato umano particolarmente duro: “Sul momento non è intervenuto nessuno”. Poi, ha aggiunto, sono arrivate molte manifestazioni di vicinanza e il sostegno convinto del dirigente scolastico. Ma accanto all’empatia sono emerse confidenze che raccontano un fenomeno probabilmente più ampio di quanto riescano a restituire le statistiche: “Anche a me è successo, ma sono stata in silenzio, non sono di ruolo”, le ha confidato qualcuno.

Quanti casi non conosciamo?

Quella frase merita attenzione. Non parla soltanto di paura della violenza. Parla di precarietà, di percezione della propria debolezza, di timore che esporsi possa avere conseguenze professionali o relazionali. E apre una domanda che la comunità scolastica non può evitare: quanti episodi non conosciamo perché chi li subisce ritiene più sicuro tacere?

È qui che la testimonianza di Raffaella De Pinto si collega in modo potente agli altri interventi della giornata romana. Flaminia Bolzan ha ragionato sul rischio che un docente, quando percepisce la propria identità professionale come costantemente esposta, possa entrare in una modalità difensiva. Nicola Gratteri ha insistito sulla necessità della prevenzione e sulla responsabilità educativa degli adulti. Paolo Mieli ha richiamato l’attenzione sulle forme di pressione e aggressività che spesso non producono l’immediata mobilitazione riservata ai casi più eclatanti. Il Ministro Giuseppe Valditara ha posto al centro il recupero dell’autorevolezza della funzione docente e la necessità che l’aggressione al personale scolastico venga percepita come una ferita alla scuola nel suo complesso.

Dentro questo quadro, la voce di De Pinto aggiunge qualcosa di insostituibile: mostra che tra la norma e la realtà esiste un territorio fatto di paura, silenzio, isolamento, solidarietà tardiva, coraggio personale e bisogno di protezione istituzionale.

Non servono docenti eroici, serve una comunità che protegga

Il problema, allora, non può essere risolto chiedendo agli insegnanti di essere semplicemente più forti. Una scuola seria non può fondarsi sull’eroismo individuale. Deve costruire condizioni nelle quali denunciare non significhi esporsi ulteriormente, chiedere aiuto non significhi apparire deboli e segnalare un episodio non venga percepito come un gesto capace di creare problemi all’istituto.

Serve una cultura organizzativa che dica chiaramente a ogni lavoratore della scuola: se vieni aggredito, minacciato o intimidito, non sei solo. E serve dirlo prima che accada, non soltanto dopo.

La sensibilizzazione, per questo, non può essere una campagna occasionale. Deve diventare parte della vita ordinaria delle scuole. Parlare di rispetto, di limite, di conflitto, di linguaggio, di responsabilità e di conseguenze non significa sottrarre tempo alla didattica. Significa costruire le condizioni perché la didattica possa esistere.

Educare alla frustrazione, non cancellarla

Un ragazzo che cresce pensando che ogni frustrazione autorizzi una reazione aggressiva non viene protetto: viene privato di una competenza fondamentale per la vita. Una famiglia che interpreta automaticamente il voto, la nota o il richiamo come un attacco al proprio figlio non rafforza l’alleanza educativa: la rende impossibile. Un docente che, dopo avere subito un’aggressione, teme di essere lasciato solo non è più libero di esercitare pienamente il proprio ruolo.

Per questo il Patto educativo di corresponsabilità, tema centrale del convegno romano, non può essere ridotto a una firma. Deve diventare una grammatica concreta delle relazioni. Deve stabilire come si affronta una contestazione, quali sono i confini del confronto, quali linguaggi non sono accettabili, quali procedure scattano quando il limite viene superato. E soprattutto deve far comprendere che essere alleati non significa essere sempre d’accordo.

La vera alleanza tra scuola e famiglia si misura nei momenti difficili. Quando un voto non piace. Quando uno studente sbaglia. Quando un docente deve porre un limite. Quando una famiglia chiede spiegazioni. Quando nasce un conflitto. È lì che si vede se il Patto è reale o soltanto formale.

Anche il tempo della giustizia è parte della tutela

La testimonianza di De Pinto richiama poi un altro tema: i tempi della giustizia. “Sono troppo lunghi”, ha osservato. Per chi subisce una violenza, il tempo non è neutro. Un procedimento che si prolunga rischia di trasformarsi in una seconda fatica, mentre la persona continua a lavorare, a entrare in classe, a gestire relazioni, a ricostruire la propria serenità.

La tutela, dunque, deve essere anche tempestività. Chiarezza delle procedure, assistenza, accompagnamento, supporto psicologico e legale, capacità dell’istituzione di essere presente nelle prime ore e nei giorni successivi. È proprio in quel tempo che si decide se la persona si sentirà parte di una comunità o abbandonata a una vicenda privata.

La sensibilizzazione come responsabilità quotidiana

Ma la parte più importante del messaggio non riguarda soltanto ciò che fare dopo. Riguarda ciò che possiamo fare prima. Educare alla gestione delle emozioni, alla tolleranza della frustrazione, al rispetto dei ruoli, alla possibilità di dissentire senza aggredire. Formare gli adulti, non soltanto gli studenti. Rendere le famiglie partecipi di un’idea di corresponsabilità che non significhi difesa automatica, ma capacità di accompagnare i figli anche quando sbagliano.

La scuola deve tornare a essere il luogo nel quale si impara che non tutto ciò che ci ferisce è un’ingiustizia, che non ogni limite è un abuso, che non ogni valutazione negativa è una offesa, che la rabbia può essere detta senza essere agita.

In questo senso la testimonianza della docente pugliese supera il caso personale. Diventa una domanda rivolta all’intera comunità scolastica italiana: quale messaggio inviamo quando minimizziamo un’aggressione? Quale messaggio inviamo quando suggeriamo a qualcuno di lasciar perdere? Quale messaggio inviamo ai giovani quando vedono gli adulti trasformare il dissenso in intimidazione?

L’impegno che serve oggi è anzitutto un impegno di sensibilizzazione. Non slogan, ma educazione quotidiana. La violenza contro chi lavora nella scuola non può essere considerata una inevitabile conseguenza di un tempo difficile. Va riconosciuta, nominata, contrastata. E va fatto senza trasformare il tema in una guerra tra docenti e famiglie, perché proprio la contrapposizione permanente sarebbe un altro fallimento educativo.

Una scuola autorevole non nasconde le ferite

La scuola ha bisogno delle famiglie e le famiglie hanno bisogno della scuola. Ma un’alleanza esiste soltanto tra soggetti che riconoscono reciprocamente dignità, confini e responsabilità. Non c’è corresponsabilità se uno dei due interlocutori deve avere paura dell’altro.

Raffaella De Pinto ha scelto di non restare in silenzio. Il valore della sua testimonianza sta anche nell’aver dato voce a chi, per paura, precarietà o solitudine, quella scelta non è riuscito a farla. Il compito della comunità scolastica è fare in modo che, domani, nessun insegnante debba sentirsi costretto a scegliere tra la propria tutela e la propria tranquillità professionale.

Una scuola autorevole non è una scuola che nasconde le ferite. È una scuola che le riconosce, sostiene chi le ha subite, ne comprende le cause e lavora perché non si ripetano.

È forse questa la consegna più importante lasciata dalla testimonianza ascoltata oggi a Roma: il silenzio non protegge la scuola. La protegge una comunità capace di parlare, intervenire, educare, assumersi responsabilità. La protegge la fermezza che non diventa vendetta, l’ascolto che non diventa debolezza, l’autorevolezza che non ha bisogno di arroganza.

E soprattutto la protegge una convinzione semplice: chi educa non può essere lasciato solo proprio nel momento in cui ha più bisogno di sentire che la scuola è, davvero, una comunità.

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