Burnout, l’Italia non tutela la salute mentale dei prof

di Salvo Intravaia, la Repubblica

L’Europa denuncia il burnout degli insegnanti. Nel nostro Paese affrontare genitori sempre più pretenziosi, gestire gli aspetti burocratici, governare le classi con stipendi ancora parecchio bassi e una scarsa considerazione sociale contribuisce a creare maggiore stress
Gilda Venezia

Il lavoro dell’insegnante causa burnout. A sostenerlo, attraverso un recente studio, è l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, un organismo dell’Unione Europea. Ma in Italia, nonostante il medico milanese Vittorio Lodolo D’Oria da oltre vent’anni denunci la questione, si è fatto poco per tutelare la salute mentale di maestri e professori. E nel nostro Paese affrontare genitori sempre più pretenziosi, gestire gli aspetti burocratici, governare le classi con stipendi ancora parecchio bassi e una scarsa considerazione sociale contribuisce a creare maggiore stress.

Lo studio

L’approfondimento pubblicato dall’Agenzia spiega che a livello europeo “quasi il 50% degli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado sperimenta stress sul lavoro, mentre il 24% degli insegnanti riferisce che il proprio lavoro ha un impatto negativo sulla propria salute mentale e il 22% sulla propria salute fisica”. In una sola parola: “burnout”, che in inglese significa “bruciato”, scoppiato. Lo studio precisa che “gli ambienti di lavoro dei professionisti dell’insegnamento differiscono significativamente da quelli degli uffici, del settore sanitario e dei servizi e degli ambienti di lavoro industriali”.

Le richieste

Le richieste rivolte ai docenti sono di tre tipologie: “Richieste quantitative, come il carico di lavoro e i vincoli di tempo; richieste cognitive, che implicano lo sforzo mentale necessario per svolgere i propri compiti; e richieste emotive, che includono la gestione di situazioni emotivamente intense e lo svolgimento di un lavoro emotivo”. Il corpo docente è quindi “esposto a rischi psicosociali significativi sul luogo di lavoro, che comprendono carichi di lavoro elevati, esigenze in termini emotivi, autonomia limitata, precarietà lavorativa ed esposizione alla violenza. Questi fattori incidono sulla salute mentale, sul benessere e sulla qualità del lavoro, con possibili ripercussioni sull’assunzione, sulla permanenza e sull’apprendimento da parte del corpo studentesco”.

Il lavoro del docente

Il report europeo spiega anche come si svolge il lavoro dei docenti: “Il 71,5% del carico di lavoro degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado è legato all’insegnamento, mentre il tempo rimanente è suddiviso tra il mantenimento dell’ordine e della disciplina (13%) e lo svolgimento di compiti amministrativi (8%), come la registrazione delle presenze e la distribuzione di informazioni o moduli scolastici”.

La situazione italiana

Gestire i conflitti tra gli alunni, fronteggiare le richieste sempre più pressanti dei genitori, che non di rado sfociano nella violenza, verbale e no, governare i rapporti con i colleghi, sobbarcarsi un lavoro burocratico che aumenta anno dopo anno, con la compilazione di schede e documenti di ogni genere e sempre più complessi, seguire le chat e i messaggi dello staff di presidenza a qualsiasi orario del giorno e della notte. E ancora. Lavorare ben oltre le 25 ore settimanali all’infanzia, 24 ore settimanali alla primaria e 18 ore a settimana alla media e al superiore, predisporre le lezioni e dedicarsi alla didattica con l’età che avanza e alunni sempre digitali, in Italia, rende il lavoro del docente sempre più complesso. E fonte di stress per chi lo affronta. Per non parlare di quella considerevole fatte di supplenti, almeno 250mila, che ogni anno devono cambiare scuola, ricalibrarsi, affrontare le spese di costosi trasferimenti e adattarsi a situazioni sempre diverse. Anche perché, nonostante i recenti rinnovi contrattuali, le retribuzioni si mantengono ai minimi europei e la considerazione sociale non è certamente ai massimi storici.

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Il decalogo delle buone pratiche

Lo studio elenca dieci buone pratiche adottate da alcuni Paesi per migliorare la vita lavorativa degli insegnanti. Per affrontare al meglio i cambiamenti imposti dalla tecnologia e dell’introduzione dell’intelligenza artificiale in alcuni Paesi sono partiti corsi di formazione online sulle tecnologie digitali e sulle metodologie didattiche innovative. In Finlandia sono stati individuati docenti mentori “per rafforzare la formazione professionale continua degli insegnanti attraverso il tutoraggio tra pari”. In Danimarca, l’istituto danese di ricerca edilizia ha lanciato il progetto che ripensa gli spazi scolastici attraverso la creazione di “aree a pianta aperta per l’insegnamento e il lavoro di gruppo”. L’Austria ha lanciato una “campagna di sensibilizzazione sulla salute e il benessere degli insegnanti”. L’Olanda si è fatta carico di “promuovere il benessere degli insegnanti attraverso un intervento di job crafting”: un approccio che consente al lavoratore di rendere il la propria attività lavorativa più significativa e motivante. La Spagna ha organizzato un servizio di “supporto per gli insegnanti”. Mentre le parti sociali europee hanno scritto “le linee guida per prevenire e combattere i rischi professionali nell’istruzione”. Diversi Paesi e regioni europei (Catalogna, Croazia, Slovenia, Grecia, Lituania, Lettonia, Cipro, Bulgaria) hanno adottato gli OiRA: strumenti interattivi online per la valutazione del rischio degli insegnanti. Tra le buone pratiche individuate anche l’Italia con “il diritto alla disconnessione” previsto dal contratto di lavoro: dopo un certo orario, non si è più tenuti a scrollare messaggi e circolari ufficiali.

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