Al Sud docenti di manica larga e il gap (nei voti) con il Nord sparisce

da il sole 24 ore

 

C’è un paradosso che si ripete tutti gli anni e che neanche le ultime riforme dell’istruzione sono riuscite a evitare. Stiamo parlando dell’improvviso e vertiginoso miglioramento degli studenti del Sud negli ultimi mesi di scuola che, puntualmente, li porta a ottenere alla maturità risultati migliori dei loro colleghi del Nord. Ribaltando lo scenario delineato dai test Invalsi di primavera che, altrettanto ciclicamente, vedono il settentrione brillare nelle prove standardizzate di italiano, matematica e inglese e il Mezzogiorno arrancare.

Il paradosso delle “lodi”

Il paradosso delle “lodi” concentrate per oltre il 60% da Roma in giù ormai è noto. Sul Sole 24 ore lo segnaliamo da anni e anche il ministero sembra esserne accorto. Come dimostra la scelta di fare circolare la settimana scorsa le stime territoriali dell’Invalsi sulla dispersione implicita insieme agli esiti degli scrutini. Dai quali è emerso che, anche nel 2026, la fetta più ampia dei 14.123 diplomati cum laude si è registrata in Campania (3.018) davanti alla Puglia (2.104) e alla Sicilia (1.928). Ma il fenomeno è in realtà più ampio e riguarda sia le fasce alte che quelle basse dei voti di diploma. Nel solco di una “manica larga”generalizzata degli insegnanti nelle scuole meridionali.

Il confronto

Basta prendere i dati degli scrutini dei primi quattro anni delle secondarie di II grado per rendersene conto. A fronte di una media nazionale del 77% di promossi e del 5,3% di bocciati, tutte le regioni del Sud (tranne la Sardegna) viaggiano, nel primo caso, oltre l’80% e, nel secondo, abbondantemente sotto il 5 per cento (tranne la Campania che è al 5,3% in linea con il resto della penisola). Un discorso analogo vale per gli alunni con un “debito”: l’intero stivale è al 17,7% mentre il Mezzogiorno (Molise a parte) si colloca tra il 10,1 e l’11,8 per cento.

https://www.formazioneanicia.it/corsi/eipass-digcompedu/

Giunti alla maturità questo fenomeno deflagra e gli effetti sono ancora più evidenti. Innanzitutto tra i voti elevati. Se incrociamo la quota di studenti che si diplomano con più di 90 con la percentuale di “eccellenti” alle prove Invalsi del grado 13 – cioè di coloro che hanno raggiunto ai test i livelli 4 o 5 sia in italiano sia in matematica e conseguito il livello B2 (al termine del secondo ciclo) in inglese reading e listening – emerge un’immagine quasi distopica. Con le regioni centro-settentrionali che, secondo l’Istituto di valutazione, gravitano vicino o sopra la media (13,1%) e il meridione molto al di sotto. Si va dal 5,6% della Calabria al 10,2% della Basilicata, passando per il 6,7% della Sicilia, il 6,8% della Campania, il 7% della Sardegna e il 9,3% della Puglia.

Tre mesi dopo, al momento della maturità, il quadro si ribalta. In Calabria il plotone con voti alti (il 33,1%) supera di sei volte quella degli “eccellenti” Invalsi, in Campania e Sicilia quasi di quattro e in Puglia di tre volte. Lo stesso rapporto al settentrione s’inverte. Come testimoniano le performances incrociate delle “big” Veneto (14,9% di punteggi elevati e 20,6 di eccellenze) e Lombardia (12,7 e 20,3%) o della piccola Valle d’Aosta (10,5 e 17,6%). Con il Piemonte, la Liguria e l’Emilia Romagna e il Trentino -Alto Adige che vedono questi due mondi quasi coincidere o divergere al massimo di un paio di punti percentuali.

Voti ritoccati al rialzo

Lo stesso fenomeno riguarda anche i diplomati con il minimo. Se prendiamo gli ultimi dati sulla dispersione implicita comunicati dall’Invalsi (intesi come gli studenti che arrivano alla fine del secondo ciclo d’istruzione senza aver raggiunto un livello minimo di competenze) e li confrontiamo con i non ammessi all’esame di Stato vediamo che al Centro-Nord le differenze tra questi due valori sono nell’ordine dell’1-2%; se poi aggiungiamo anche gli alunni diplomatisi con 60 di fatto si compensano. Anche stavolta invece il Mezzogiorno fa eccezione e le differenze schizzano al 5-6%, in Campania raggiungono addirittura il 9,6 per cento. Qui non basta sommare i maturati per il rotto della cuffia a fare tornare i conti, visto che sono appena il 2,6 per cento. È probabile che gli altri, pur con i gap strutturali registrati dall’Invalsi, siano riusciti a spuntare un voto finale addirittura più alto per “differenziarli” da chi ha avuto l’ammissione o la sufficienza in extremis.

La forbice si riduce

Se sul piano micro possiamo sperare che i diplomati del 2026 sfruttino la possibilità attiva da quest’anno di conoscere, a maturità superata, i propri risultati alle prove standardizzate, accedendo al curriculum dello studente, e magari siano spinti a colmare i vuoti formativi prima di iscriversi a un ateneo o a un Its Academy rimane il problema macro. Di un sistema di valutazione degli studenti nelle classi che produce risultati ancora troppo distanti dai livelli attestati in maniera “terza”.

Guardando in prospettiva una speranza per fortuna s’intravede ed è racchiusa sempre nei numeri. Se confrontiamo le divergenze registrate l’anno scorso con quelle di quest’anno il trend è in miglioramento, complici (forse) le recenti modifiche su commissioni e orale della maturità. Sia nelle medie statistiche, visto che nel 2025 i voti e i test divergevano di 8,7 punti complessivi e nel 2026 tale differenziale si è ridotto invece a sette. Sia nei singoli casi perché la forbice anche al Mezzogiorno sembra ridursi. Con la duplice eccezione di Calabria e Campania che continuano a fare storia a sé.

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