Gite scolastiche: hanno ancora senso?

di Eduardo Cantone, Scuola in Forma

Gite scolastiche tra rischi, responsabilità e utilità didattica calante:
ha ancora senso organizzarle? Un’analisi senza sconti.

 

Una quindicenne in coma etilico ad Ancona, uno studente precipitato dal balcone di un albergo a Lignano e una classe di liceo salvata a Praga grazie alla prontezza di tre insegnanti, poi premiati dal ministro Valditara. Sono solo gli episodi dell’ultima settimana, ma il copione si ripete ormai con una frequenza che non si può più ignorare. La gita scolastica è nata come occasione culturale irripetibile per gli studenti, ma ad oggi, a oltre un secolo dalla sua introduzione ufficiale nel sistema scolastico italiano, qualcosa non sta funzionando più come prima. La domanda sorge spontanea: nel 2026 ha ancora senso organizzare le gite scolastiche? L’Huffingtonpost.it ha fatto alcune osservazioni in proposito.

Gite scolastiche: quand’è che la prassi ha smesso di funzionare?

Le gite scolastiche nascono in un’epoca scolastica profondamente diversa da quella attuale. Il Touring Club le introdusse nel 1913 definendole “un’occasione irripetibile per comprendere il significato più vero del viaggio”. Era una scuola diversa, un contesto sociale diverso, un rapporto tra famiglie e istituzione scolastica completamente diverso. Nel tempo, però, qualcosa si è trasformato. I Piani Triennali dell’Offerta Formativa ospitano sempre più spesso viaggi con connessioni labili, quando non del tutto assenti, con i programmi di studio.

Il caso della povera Anna Frank citata per anni come pretesto culturale per sdoganare viaggi ad Amsterdam da parte di neo-maggiorenni con tutt’altre intenzioni è solo l’esempio più emblematico di una deriva che non era che all’inizio. Le scuole sono diventate, di fatto, agenzie di viaggio, con la differenza che le agenzie di viaggio rispondono a logiche commerciali chiare, mentre le scuole si trovano a gestire responsabilità enormi senza strumenti adeguati.

Il peso insostenibile sulle spalle del dirigente scolastico

Quando qualcosa va storto durante una gita, la palla avvelenata finisce quasi sempre nelle mani del dirigente scolastico. La lista di ciò di cui dovrebbe rispondere è, a leggerla per intero, quasi paradossale:

  • verificare che gli autobus abbiano le ruote gonfie nel modo giusto;
  • verificare che l’autista non alzi troppo il gomito;
  • verificare che i balconi degli hotel siano a norma e gli ascensori stabili;
  • verificare che gli estintori siano certificati;
  • verificare che i cibi siano adeguati a ogni intolleranza alimentare;
  • verificare che i luoghi visitati non urtino la sensibilità di nessuno;
  • verificare che i ragazzi non introducano sostanze nelle camere senza ledere la privacy;
  • verificare che i docenti accompagnatori facciano i turni di notte.

tutto questo in aggiunta al resto del lavoro ordinario di direzione scolastica. Moltiplicato per decine di classi, composte da decine di alunni, praticamente ogni mese dell’anno scolastico.

I docenti accompagnatori: responsabilità massima, riconoscimento zero

Non è obbligatorio per i docenti partecipare alle gite scolastiche e il numero crescente di insegnanti che declinano l’invito dice qualcosa di preciso. Le responsabilità sono estese, i turni di sorveglianza notturna sono reali e il riconoscimento economico e professionale è praticamente inesistente.L’alternativa al controllo attento è quella che apre la porta agli incidenti. Ma vigilare davvero, per una intera giornata fuori sede con adolescenti, richiede energie e impegno che andrebbero riconosciuti, non dati per scontati.

È ancora tempo per le gite scolastiche? Forse, ma con un sistema da ripensare

C’è chi difende le uscite didattiche come opportunità per i ragazzi che non possono permettersi di viaggiare con la famiglia. È un argomento nobile, ma ad oggi regge sempre meno. Come testimoniano i social, i giovani girano il mondo molto più di quanto non facessero le generazioni precedenti e il problema dell’accesso culturale si affronta con strumenti più mirati ed efficaci di una gita con tutto il corollario di rischi che comporta.

C’è anche un problema di mercato, visto che trovare agenzie disposte a farsi carico dell’intero pacchetto con le personalizzazioni ormai richieste tra intolleranze, esigenze particolari e standard di sicurezza, è diventato oggettivamente più difficile rispetto al periodo pre-Covid. La conclusione, per quanto scomoda, è che l’intero sistema delle gite scolastiche andrebbe ripensato e rifondato mettendosi attorno a un tavolo con tutte le parti in gioco: dirigenti, docenti, famiglie, istituzioni. Non per abolire per decreto qualcosa che ha avuto un senso e che, in contesti ben organizzati, può ancora averne uno. Ma per smettere di fingere che il modello attuale funzioni, quando la cronaca ogni settimana ci dimostra il contrario. Fino ad allora, forse, una pausa è la scelta più onesta che si possa fare.

 

 

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