Valditara: «Studenti stranieri, corsi di lingua italiana per i loro genitori»
da il corriere della sera
La proposta del ministro dell’Istruzione e del Merito: «Una grande assise per parlare di integrazione. Burqa vietato e chi non manda le figlie a scuola va in galera»
«Organizzerò una grande assise a novembre per discutere dell’integrazione dei ragazzi stranieri, invitando esponenti delle forze politiche, sindacati, docenti, esperti, consulte degli studenti. Lì presenteremo la nostra visione e le misure già avviate in nome di un’Italia che sappia accogliere nel rispetto dell’identità e dei valori del nostro Paese. Sarà anche l’occasione per definire ulteriori interventi». Così il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara risponde alla proposta che Ernesto Galli della Loggia, tra l’altro componente della commissione per le indicazioni nazionali nominata dal ministero, ha lanciato sul Corriere.
Qualche idea ce l’avrà già.
«Intanto sono per l’integrazione e non per l’inclusione. Faccio un esempio: se permettiamo che una ragazza venga a scuola con il burqa, la includiamo accettando principi in contrasto con la Costituzione, come la discriminazione uomo-donna, ma non la integriamo. Accettiamo che sia una non-persona, le impediamo di socializzare. Inclusione è accettare chiunque a prescindere da come vive. Integrazione vuol dire inserire la persona in un sistema di regole condivise, che rispecchiano la Costituzione».
Galli della Loggia segnala un problema con gli studenti islamici. È d’accordo?
«Il tema è la condivisione dei nostri valori anche per chi viene da culture distanti».
Quindi divieto di burqa?
«Presenterò un emendamento al ddl Sicurezza per vietare il burqa a scuola. Prevederemo anche corsi di italiano per i genitori stranieri per evitare che uno studente disimpari a casa quanto appreso in classe».
La questione del burqa è delicata: i genitori potrebbero tenere le figlie a casa o, peggio, rimandarle in patria.
«Le figlie non possono restare chiuse in casa perché, col decreto Caivano, è prevista per i genitori la reclusione fino a 2 anni. Potremmo pensare anche di revocare il permesso di soggiorno a chi non manda i figli a scuola. Sull’immigrazione ci vuole concretezza, non demagogia e urla».
Chi urla?
«Futuro nazionale per esempio. C’è un’immigrazione vantaggiosa per il Paese, ed è quella regolare. E c’è l’immigrazione clandestina che va contrastata: il governo ha fatto un lavoro eccellente e gli sbarchi sono crollati. Lavoriamo per accelerare i rimpatri dei minori non accompagnati entrati illegalmente».
Gli studenti stranieri in Italia – ma ai fini scolastici sarebbe meglio parlare di studenti che non parlano l’italiano a casa – sono poco più del 10 per cento. Perché ritiene che siano un problema così importante?
«Ci sono regioni come Lombardia dove alla primaria il 22 per cento dei ragazzi non ha cittadinanza italiana, in Emilia Romagna la percentuale sale al 24. Al contrario in Campania la presenza è al 5,2, come in Puglia, e in Sardegna addirittura al 3,9. Alle medie e alle superiori le percentuali scendono, perché si tratta di un fenomeno che sta crescendo. Per quanto riguarda gli abbandoni, i dati migliorano: nel ‘22 erano il 30,1 per cento tra gli stranieri, ora sono al 26,2 e dovrebbero scendere ancora. E poi c’è il tema delle competenze: in terza media tra gli esiti di matematica di un ragazzo italiano e di uno straniero ci sono trenta punti di differenza, da 204 a 173».
Ocse-Pisa misura questi dati al netto della situazione economico sociale della famiglia perché si ritiene che ci sia un tema anche di povertà.
«Queste sono rilevazioni Invalsi. In italiano il gap alla fine delle medie è anche maggiore: 158,9 contro 201,3. Mentre in inglese gli stranieri sono in media più bravi».
E infatti, come dice l’Invalsi, c’è un problema di didattica dell’italiano per gli studenti con diversi background. Già dalle elementari.
«Abbiamo avviato alcuni interventi strategici: con Agenda Nord investiamo nelle scuole delle periferie dei centri urbani, coinvolgendo anche i genitori; abbiamo investito 13 milioni di euro per i corsi pomeridiani; poi il piano estate; il tutor per personalizzare la didattica. Per l’italiano per stranieri abbiamo specializzato 1.000 docenti».
Non sono un po’ pochi? Le classi sono trecentomila.
«Il numero è stato stabilito sulla base delle classi che hanno più del 20 per cento di alunni stranieri neoarrivati. La presenza delle comunità straniere è concentrata soprattutto nelle periferie di Milano, Torino, Mestre e Genova. E poi nelle zone rurali della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. Qui non si riesce a rispettare il limite del 30 per cento di stranieri nelle classi. Intendiamo rivedere le disposizioni per rendere concretamente possibile ripartire gli studenti anche nelle scuole di prossimità e non superare il limite del 30%. Il problema dipende anche dalle politiche residenziali degli enti locali: devono scoraggiare quartieri ghetto. Possiamo spostare uno studente in una scuola vicina, non mandarlo a studiare a chilometri di distanza».
Almeno alla fine del percorso non si potrebbe dare il passaporto a questi studenti, lo ius scholae?
«La cittadinanza si può ottenere dopo 10 anni di presenza regolare. È il percorso della scuola dell’obbligo».




