Scuola senza smartphone, ecco le leggi nei Paesi europei
da il sole 24 ore
Per anni gli smartphone sono stati considerati un elemento inevitabile della quotidianità scolastica. Da un lato strumenti utili per la didattica digitale, dall’altro fonte costante di distrazione, conflitti e preoccupazioni per insegnanti e famiglie. Qualcosa però sta cambiando: in tutta Europa governi e ministeri dell’Istruzione stanno scegliendo di limitare, o addirittura vietare, l’uso dei telefoni cellulari nelle scuole.
Oltre al rendimento scolastico, quali altre tematiche legate all’ecosistema digitale vengono affrontate dalle più recenti leggi, come nel caso della Galizia?
Quali sono le principali motivazioni che spingono i governi europei a limitare o vietare l’uso degli smartphone nelle scuole?
Perché alcuni esperti sostengono che il semplice divieto dei telefoni a scuola non sia una soluzione sufficiente a contrastare la dipendenza digitale?
Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
Non si tratta di iniziative isolate. Dall’Italia all’Austria, dalla Grecia alla Croazia, passando per Spagna, Polonia e altri Paesi dell’Europa centrale e orientale, il tema è diventato una priorità politica. Cambiano le modalità di applicazione e il grado di rigidità delle norme, ma la direzione è comune: ridurre il tempo trascorso davanti allo schermo durante la giornata scolastica e riportare l’attenzione sull’apprendimento e sulle relazioni tra studenti.
La spinta arriva da più fattori. Da una parte cresce il numero di studi che collegano un uso eccessivo dello smartphone a difficoltà di concentrazione, calo del rendimento e peggioramento del benessere psicologico degli adolescenti. Dall’altra aumentano gli episodi di cyberbullismo, registrazioni non autorizzate in classe e diffusione di immagini sui social network. A tutto questo si aggiunge una preoccupazione più ampia, condivisa da molti governi europei: la dipendenza digitale dei più giovani.
Eppure il consenso è tutt’altro che unanime. Se molti insegnanti e genitori vedono nei divieti uno strumento necessario per restituire alla scuola un ambiente più sereno, altri esperti mettono in guardia dal rischio di affrontare un problema complesso con una soluzione troppo semplice. Vietare i telefoni, sostengono, non significa automaticamente educare a un uso consapevole della tecnologia.
Anche l’Italia si inserisce in questa tendenza europea. Negli ultimi due anni il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha progressivamente irrigidito le regole fino ad arrivare a un quadro normativo molto più restrittivo rispetto al passato.
L’ultima circolare ministeriale estende infatti il divieto dell’utilizzo degli smartphone durante l’attività didattica anche agli istituti del secondo ciclo, completando un percorso iniziato con le limitazioni introdotte nelle scuole primarie e secondarie di primo grado. La norma stabilisce che i telefoni non possano essere utilizzati durante le attività scolastiche e, più in generale, durante la permanenza a scuola, salvo alcune eccezioni ben definite: esigenze legate alla disabilità o a bisogni educativi specifici, oppure attività didattiche espressamente autorizzate dagli insegnanti. Le singole scuole restano chiamate ad aggiornare i propri regolamenti interni e i codici disciplinari per garantire l’applicazione delle nuove disposizioni.

Si tratta di un cambio di paradigma significativo. Per anni la gestione dei telefoni cellulari era rimasta in larga parte affidata ai singoli istituti e ai docenti. Oggi, invece, il Ministero punta a costruire un quadro omogeneo su scala nazionale, riducendo gli spazi di discrezionalità delle scuole.
La motivazione è esplicita. Secondo il Ministero, un crescente numero di studi internazionali evidenzia come un uso eccessivo degli smartphone possa compromettere l’attenzione, lo sviluppo cognitivo e il rendimento scolastico degli studenti. Da qui la scelta di rafforzare il principio secondo cui la scuola deve rappresentare uno spazio privilegiato di apprendimento e interazione diretta, limitando le occasioni di distrazione digitale.
Il dibattito italiano, tuttavia, riflette quello che si osserva anche nel resto d’Europa. Se esiste un consenso piuttosto ampio sulla necessità di limitare l’uso dei telefoni durante le lezioni, soprattutto tra gli studenti più giovani, molto più divisiva è l’idea di un divieto generalizzato nelle scuole superiori. Una parte del mondo della scuola sottolinea infatti che lo smartphone rappresenta ormai uno strumento integrato nella vita quotidiana e che l’obiettivo dovrebbe essere insegnarne un utilizzo critico e responsabile, non semplicemente impedirne l’accesso.
Una tendenza che attraversa tutta Europa
Guardando oltre i confini italiani emerge con chiarezza un dato: non esiste ancora un modello europeo unico, ma la direzione è la stessa quasi ovunque.
Alcuni Paesi hanno scelto una regolazione nazionale molto rigida. Altri preferiscono lasciare autonomia alle scuole. Altri ancora stanno preparando nuove leggi che entreranno in vigore nei prossimi mesi. In tutti i casi, però, il dibattito si è intensificato negli ultimi due anni, segno che il rapporto tra scuola e tecnologia è diventato una questione politica oltre che educativa.
L’Austria rappresenta probabilmente uno degli esempi più avanzati. Dal maggio 2025 è in vigore un divieto nazionale che riguarda studenti fino all’ottavo anno scolastico. I telefoni, insieme a smartwatch e altri dispositivi di comunicazione, non possono essere utilizzati durante le lezioni, negli intervalli e persino durante le attività scolastiche fuori dall’edificio. Sono previste eccezioni solo per esigenze didattiche o mediche. Chi viola le regole deve consegnare il dispositivo, che viene restituito alla fine della giornata scolastica o, nei casi più problematici, direttamente ai genitori.
Anche la Grecia ha adottato un approccio molto severo. Gli studenti possono portare il telefono a scuola, ma devono tenerlo spento nello zaino. L’utilizzo comporta la confisca immediata del dispositivo e una sospensione di un giorno. Le sanzioni diventano molto più pesanti se il telefono viene utilizzato per registrare immagini o video senza consenso o per episodi di cyberbullismo, fino ad arrivare, nei casi più gravi, all’espulsione definitiva dall’istituto. In realtà il divieto esisteva già dal 2006, ma per molti anni è rimasto sostanzialmente inapplicato. La novità delle norme più recenti consiste soprattutto nell’introduzione di sanzioni precise e nella volontà di renderle effettive.
In Croazia il governo ha optato per una soluzione differenziata. Nelle scuole primarie il divieto riguarda l’intera giornata scolastica, comprese le pause e gli spazi esterni, mentre negli istituti secondari vale soltanto durante le lezioni, lasciando comunque alle scuole la possibilità di introdurre regole ancora più restrittive d’intesa con le famiglie. Anche in questo caso i telefoni possono essere portati a scuola, ma devono restare negli armadietti o negli zaini.
La Spagna segue invece una strada più decentralizzata. Non esiste una legge nazionale che vieti i telefoni cellulari, ma il governo e le comunità autonome hanno progressivamente costruito un orientamento comune. Regioni come Madrid, Galizia, Andalusia e Castiglia-La Mancia hanno introdotto restrizioni molto severe, mentre nel 2024 il Ministero dell’Istruzione ha concordato con le amministrazioni regionali una serie di raccomandazioni condivise per limitare fortemente l’utilizzo degli smartphone nelle scuole dell’obbligo.
Particolarmente interessante è il caso della Galizia. Qui il dibattito non si limita al semplice divieto dei telefoni. La nuova legge regionale sull’educazione digitale affronta anche il tema dell’intelligenza artificiale, della tutela della privacy e del cosiddetto “diritto alla disconnessione” degli studenti, introducendo limiti anche alla registrazione delle lezioni e alla diffusione di immagini sui social network. Il messaggio è chiaro: il problema non riguarda soltanto il dispositivo fisico, ma più in generale il modo in cui il digitale entra nella vita scolastica.
Altri Paesi, come Lituania e Repubblica Ceca, hanno invece scelto un approccio più flessibile, affidando alle singole scuole il compito di definire le proprie regole. Ma anche in questi casi il quadro è in evoluzione e si discute di possibili interventi legislativi nazionali.
Una geografia diversa nelle soluzioni, dunque, ma sorprendentemente simile nelle motivazioni. Ovunque emergono le stesse preoccupazioni: studenti meno concentrati, maggiore esposizione al cyberbullismo, difficoltà crescenti nel gestire la vita scolastica in un contesto dominato dalle notifiche continue e dai social network.
Il problema non è solo la distrazione
Ridurre le distrazioni in classe è probabilmente la motivazione più immediata e intuitiva, ma non è l’unica. Leggendo le motivazioni addotte dai diversi governi emerge come il dibattito si sia progressivamente allargato.
Negli ultimi anni la scuola è diventata uno dei luoghi in cui si manifestano gli effetti di un ecosistema digitale che accompagna gli adolescenti praticamente senza interruzioni. Lo smartphone non è più soltanto uno strumento di comunicazione: è il principale punto di accesso ai social network, alle piattaforme video, ai giochi online, alle chat di classe e, sempre più spesso, anche agli strumenti di intelligenza artificiale. Per questo motivo molti ministeri dell’Istruzione collegano le nuove restrizioni a obiettivi che vanno ben oltre il semplice rendimento scolastico. Si parla di tutela della salute mentale, sviluppo delle competenze relazionali, prevenzione del cyberbullismo e ricostruzione di momenti di socialità “offline”.
Emblematico è il caso della Galizia, dove il progetto di legge non si limita a vietare l’uso degli smartphone nelle classi inferiori, ma introduce norme sulla registrazione delle lezioni, sulla diffusione di immagini degli studenti, sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale e persino sul diritto degli alunni alla disconnessione digitale fuori dall’orario scolastico. L’idea di fondo è che il rapporto con la tecnologia debba essere governato nel suo complesso e non soltanto durante le ore di lezione.
Una preoccupazione analoga emerge anche in Grecia, dove il crescente numero di episodi di registrazioni non autorizzate, video condivisi sui social e casi di cyberbullismo ha contribuito ad alimentare il consenso verso regole più severe. Secondo il governo, le oltre 23 mila sospensioni registrate dall’introduzione delle nuove norme testimoniano quanto il problema fosse ormai radicato nella vita quotidiana delle scuole. Ma gli stessi dati hanno aperto un’altra discussione: ricorrere alle sanzioni basta davvero oppure serve un approccio più educativo?
Il fronte dei favorevoli
Molti insegnanti raccontano che gli effetti positivi delle restrizioni sono visibili già dopo poche settimane. Durante gli intervalli gli studenti parlano di più tra loro, giocano, si muovono e trascorrono meno tempo con lo sguardo rivolto allo schermo.
Un esempio arriva dalla Lituania. In una scuola di Kėdainiai, l’iniziativa era partita due anni fa proprio dai genitori. Prima è stato organizzato un “giorno senza telefoni”, poi una settimana, infine il divieto è diventato permanente. Gli studenti tengono gli smartphone negli zaini oppure li depositano volontariamente in apposite cassette se ritengono troppo forte la tentazione di utilizzarli. Secondo la dirigente scolastica, il cambiamento più evidente riguarda proprio gli intervalli: più movimento, più conversazioni faccia a faccia e una maggiore partecipazione alla vita scolastica.
Anche in Austria il tema è stato accompagnato da un esperimento che ha attirato molta attenzione. Oltre 72 mila studenti hanno partecipato a un’iniziativa che prevedeva tre settimane senza smartphone. I risultati preliminari indicano un miglioramento del benessere psicologico, una riduzione dei sintomi depressivi, una migliore qualità del sonno e livelli di stress inferiori rispetto all’inizio dell’esperimento.
I dubbi degli esperti: «I divieti da soli non bastano»
Accanto ai sostenitori delle restrizioni esiste però un fronte altrettanto consistente che invita alla prudenza. Nessuno mette in discussione la necessità di limitare le distrazioni durante le lezioni. Il punto, semmai, è capire se il problema possa essere risolto semplicemente togliendo gli smartphone dalle aule.
Molti psicologi dell’età evolutiva osservano che la dipendenza digitale nasce soprattutto fuori dalla scuola, nelle ore trascorse a casa. È lì che gli adolescenti utilizzano il telefono prima di addormentarsi, appena svegli, durante i pasti e per gran parte del tempo libero. La scuola può certamente contribuire a costruire abitudini diverse, ma difficilmente può modificare da sola comportamenti che si sviluppano soprattutto nell’ambiente familiare.
È la posizione espressa anche nel dibattito polacco. Diversi esperti sostengono che vietare i telefoni rappresenti soltanto una parte della soluzione e chiedono investimenti nell’educazione digitale, nel coinvolgimento delle famiglie e nella responsabilizzazione delle piattaforme tecnologiche.
Lo stesso concetto emerge con forza anche in Lituania. Durante una consultazione promossa dal Ministero dell’Istruzione, la direttrice dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Vilnius ha sottolineato come bambini e adolescenti non siano in grado di contrastare da soli un utilizzo eccessivo di internet. Per questo motivo la regolamentazione scolastica deve essere accompagnata dalla collaborazione delle famiglie, da campagne di sensibilizzazione e da un percorso di educazione digitale che coinvolga l’intera comunità educativa.
*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna), Justė Ancevičiūtė (Delfi, Lituania), Mike Konstantopoulos (EfSyn, Grecia), Desislava Koleva (Mediapool, Bulgaria), Karolina Kijek (Gazeta Wyborcza, Polonia), Thomas Dissauer (Der Standard, Austria) e Petr Jedlička (Deník Referendum, Repubblica Ceca).



