L’insostenibile pesantezza del dover promuovere tutti
da il gessetto
Un asino non è un cavallo. Insegno in un liceo da anni. E sono stanca. Sono stanca di un sistema in cui la bocciatura non è più considerata una possibilità educativa, ma un problema da evitare. Tutto spinge verso la promozione generalizzata. Non importa se le competenze non ci sono. Non importa se le lacune sono evidenti. L’importante è evitare conflitti.
C’è una frase che negli ultimi anni è diventata un mantra nella scuola italiana: “non bisogna lasciare indietro nessuno”. All’apparenza è indubbiamente una dichiarazione nobile, ma nella pratica quotidiana si è trasformata in qualcosa di molto diverso: un alibi sistemico per abbassare gli standard, svuotare il significato della valutazione e, di fatto, spostare tutto il peso della responsabilità formativa sulle spalle dei docenti. Non è lo studente che rimane indietro, sei tu che non sei abbastanza empatico.
Insegno in un liceo da anni. E sono stanca.
Sono stanca di un sistema in cui la bocciatura non è più considerata una possibilità educativa, ma un problema da evitare. Se uno studente non raggiunge gli obiettivi, la responsabilità ricade quasi automaticamente sul docente: non abbastanza inclusivo, non abbastanza motivante, non abbastanza “coinvolgente”. Raramente si prende in considerazione ciò che dovrebbe essere ovvio: l’impegno dello studente, il suo percorso reale, le eventuali lacune mai colmate.
Oggi bocciare non è più un atto didattico: è un incidente amministrativo e personale – del docente, beninteso. Il dirigente si preoccupa degli iscritti, delle proteste delle famiglie, dell’immagine della scuola. E allora si spinge — più o meno esplicitamente — verso la promozione generalizzata. Non importa se le competenze non ci sono. Non importa se le lacune sono evidenti. L’importante è evitare conflitti.

In questo quadro, anche le famiglie hanno cambiato ruolo. Sempre più spesso non si pongono come partner educativi, ma come clienti. Se il figlio ha un’insufficienza, la domanda non è “cosa non ha fatto?”, ma “cosa non ha fatto il docente?”. Se a maggio le insufficienze persistono, si aprono contestazioni, accuse, pressioni. Quasi mai ci si ferma a considerare una possibilità tanto semplice quanto scomoda: forse si è scelto il percorso sbagliato.
Davvero tutti devono fare il liceo? Davvero ogni studente è adatto a un percorso teorico, astratto, culturalmente esigente? Esistono istituti tecnici e professionali seri, dignitosi, spesso più coerenti con inclinazioni e capacità diverse. Eppure molti genitori continuano a spingere indistintamente i figli verso il liceo, per inerzia culturale o per status sociale. Poi, però, pretendono che sia la scuola ad adattarsi al ribasso per non “lasciare indietro nessuno”.
Il risultato è evidente. E non è solo una percezione.
Le indagini internazionali condotte dall’OCSE, in particolare il programma PISA, segnalano da anni difficoltà diffuse tra gli studenti: calo nelle competenze di lettura, problemi nella comprensione del testo, fragilità nel ragionamento logico. A questo si aggiunge un dato ancora più inquietante. Diversi studi e analisi comparative, come quelli dello neuroscienziato Jared Cooney Horvath, evidenziano che la Generazione Z è la prima nella storia moderna a mostrare un’inversione di tendenza: risultati cognitivi medi inferiori rispetto alla generazione precedente, inclusi indicatori legati anche al quoziente intellettivo. Mentre per decenni si era osservato il cosiddetto “miglioramento generazionale” delle capacità cognitive; oggi, invece, diversi indicatori mostrano stagnazione o declino in ambiti come attenzione, memoria, alfabetizzazione e problem solving.
In classe, questi dati hanno un volto preciso. Studenti che faticano a scrivere in modo corretto, che non sono in grado di prendere appunti di quanto viene detto dal docente, che leggono pochissimo o nulla. Il lessico è sempre più limitato e la capacità di concentrazione sempre più fragile. Eppure, nonostante tutto, dobbiamo fare finta che vada bene. Dobbiamo “valorizzare il percorso”, “tenere conto dell’impegno”, “contestualizzare”. Tutte cose giuste, certo — ma non possono sostituire le conoscenze e le competenze reali.
Sono stanca di alzare voti che non corrispondono a ciò che vedo, di abbassare continuamente l’asticella per far passare tutti sotto, di contribuire a un’illusione collettiva: quella che basti esserci per meritare un risultato. Nemmeno la resistenza del singolo è sufficiente: sappiamo bene quanti 4 diventino per decisione dei consigli di classe improvvisamente 6, a giugno.
Alle pratiche appena descritte si aggiungono fiocchi e nastri tra l’etico e il pedagogico, con quel moralismo ambiguo degli slogan educativi. Sempre più spesso sentiamo dire: “noi docenti dobbiamo educare, non punire”. Una frase apparentemente condivisibile, che però viene usata per svuotare di senso qualsiasi forma di richiamo o di sanzione.
Dare una nota diventa un problema. Sanzionare un comportamento scorretto rischia di essere visto come un eccesso. Far seguire una conseguenza a un’azione sbagliata viene percepito come un atto punitivo al limite dell’illegittimo. Ma è proprio qui che si annida l’equivoco.
Porre limiti non è punire: è educare.
Dire “questo non è accettabile” è educare.
Far capire che le azioni hanno conseguenze è educare.
Una scuola in cui tutto viene giustificato, smussato, mediato per evitare attriti non è una scuola più inclusiva: è una scuola più fragile. Studenti che crescono senza sperimentare il peso delle proprie responsabilità sono giovani a cui si sta togliendo un passaggio formativo fondamentale.
Questi slogan buonisti, in realtà profondamente deresponsabilizzanti, producono un doppio danno: svuotano l’autorità educativa dei docenti e trasmettono agli studenti un messaggio implicito chiarissimo — qualunque comportamento, in fondo, troverà sempre una giustificazione.
C’è poi un’altra verità diventata quasi impronunciabile: studiare costa fatica.
Sembra banale dirlo, eppure oggi nessuno ha più il coraggio di affermarlo chiaramente. Si parla continuamente di “rendere l’apprendimento coinvolgente”, “stimolante”, “accessibile”, come se la difficoltà fosse un difetto da eliminare, non una componente inevitabile del processo.
Ma imparare richiede tempo, concentrazione, pazienza. Richiede tentativi ed errori, richiede di non capire subito, di dover tornare indietro, di sbagliare e correggersi. Richiede anche frustrazione — quella sensazione scomoda di non essere ancora all’altezza — che non è un fallimento, ma spesso il segnale stesso che si sta imparando davvero.
Studiare stanca. Ed è normale che sia così.
Se togliamo questo elemento, se edulcoriamo ogni difficoltà per non mettere in crisi gli studenti, non li stiamo aiutando: li stiamo privando degli strumenti per affrontare la complessità. Perché fuori dalla scuola, nella vita reale, la fatica non si elimina con uno slogan.
E forse il problema sta anche qui: abbiamo smesso di dire la verità: che crescere costa impegno, che imparare non è sempre piacevole, che non tutto può essere facile, immediato, gratificante.
In questo contesto, anche la figura del docente viene distorta. Un insegnante “bravo” non è più chi insegna bene, valuta con rigore e fa crescere davvero gli studenti, ma chi promuove tutti, organizza progetti, porta le classi in gita, si rende sempre disponibile, regala tempo ed energie oltre ogni limite.
Ma educare non è compiacere. Non è evitare ogni attrito. Non è garantire il successo a tutti i costi.
Educare significa anche distinguere, orientare, a volte fermare. Significa dire dei no. Significa assumersi la responsabilità di essere, quando serve, scomodi.
Finché continueremo a confondere inclusione con abbassamento degli standard, comprensione con giustificazione, educazione con assenza di conseguenze, continueremo a promuovere studenti sempre meno preparati, a rendere i bravi docenti sempre più demotivati e a svuotare la scuola del suo significato più profondo.
Io, da docente, non voglio più essere complice di questa finzione.
Sono stanca di dover fingere che un asino sia un cavallo.
