La settimana breve e la scuola che sacrifica la didattica

 

Il Gessetto

La scuola cambia missione: quando l’istruzione non è più la priorità.

 

La diffusione della settimana breve viene spesso presentata come una scelta di buon senso, capace di migliorare l’organizzazione della vita familiare e il benessere degli studenti. Ma c’è una domanda che sembra scomparsa dal dibattito: questa organizzazione favorisce davvero l’apprendimento? E se non fosse più questa la prima domanda che la scuola si pone, cosa ci direbbe della sua idea di istruzione?

Negli ultimi anni sempre più scuole italiane stanno adottando la cosiddetta “settimana breve“. Le lezioni vengono concentrate in cinque giorni, il sabato viene liberato e tutti sembrano soddisfatti: studenti, famiglie, dirigenti e addirittura diversi docenti. La motivazione ufficiale è quasi sempre la stessa: venire incontro alle esigenze delle famiglie, favorire il benessere degli studenti e facilitare l’organizzazione del tempo libero. A prima vista sembra una scelta ragionevole. E forse lo è davvero, se si considera la scuola come una delle tante agenzie che concorrono all’organizzazione della vita quotidiana delle persone. Ma è proprio qui che emerge una domanda scomoda: qual è il compito principale della scuola? Perché se la missione fondamentale della scuola è l’istruzione, allora la questione andrebbe affrontata da un’altra prospettiva.

Dovremmo chiederci innanzitutto se la settimana breve favorisca o ostacoli l’apprendimento. Dovremmo discutere della qualità dell’attenzione nelle ultime ore della mattinata, della stanchezza cognitiva degli studenti, della capacità di mantenere concentrazione e motivazione dopo cinque o sei ore consecutive di lezione. Dovremmo analizzare gli effetti reali sull’assimilazione dei contenuti e sulla profondità dello studio. Eppure questo dibattito sembra quasi scomparso. Nelle discussioni che accompagnano l’introduzione della settimana breve si parla di organizzazione familiare, di sport, di weekend lunghi, di trasporti e di gestione del tempo libero. Tutti aspetti legittimi e importanti. Ma l’apprendimento appare spesso relegato sullo sfondo, come una variabile secondaria. È un dettaglio che appare più o meno insignificante.

Le istituzioni rivelano la propria gerarchia di valori non tanto attraverso ciò che dichiarano, quanto attraverso i criteri con cui prendono le decisioni. E se una scuola modifica la propria organizzazione principalmente sulla base di esigenze extrascolastichesenza interrogarsi seriamente sulle conseguenze didattiche, allora sta implicitamente comunicando qualcosa: che l’istruzione non occupa più il centro del proprio orizzonte.Naturalmente nessuno affermerà apertamente che conoscere meno sia preferibile a conoscere di più. Nessuno sosterrà che la qualità dell’apprendimento sia irrilevante. Tuttavia le priorità emergono dai fatti. Se il criterio decisivo diventa la comodità organizzativa, se il successo di una scelta viene misurato soprattutto dalla soddisfazione delle famiglie o dall’attrattività dell’istituto sul mercato delle iscrizioni, allora l’istruzione smette gradualmente di essere il fine e diventa uno dei molti mezzi attraverso cui la scuola cerca di rispondere a richieste esterne.

Si tratta di un cambiamento culturale profondo. La scuola del passato poteva essere criticata per molti motivi: rigidità, autoritarismo, eccessiva formalità. Ma difficilmente si sarebbe vergognata di affermare che il suo scopo principale fosse trasmettere conoscenze. Oggi, invece, sembra quasi che parlare di istruzione, studio, contenuti e apprendimento venga percepito come riduttivo o addirittura sospettoSi preferisce parlare di benessere, di accoglienza, di relazioni, di esperienze, di competenze trasversali. Tutti elementi importanti, certamente. Ma il problema nasce quando questi aspetti non affiancano l’istruzione, ma la sostituiscono.

La settimana breve non è la causa di questa trasformazione. È piuttosto uno dei suoi sintomi. Essa ci mostra una scuola sempre più preoccupata di adattarsi alle esigenze della società e sempre meno convinta della centralità della propria missione educativa. Una scuola che sembra aver smesso di chiedersi quale organizzazione favorisca maggiormente la conoscenza e che si interroga soprattutto su quale organizzazione sia più gradita e conveniente a livello economico. Forse il punto non è stabilire se il sabato libero sia una buona o una cattiva idea. Forse il punto è un altro. Quando una scuola prende una decisione, la prima domanda dovrebbe essere: “Questo migliorerà l’apprendimento degli studenti?“. Se questa domanda smette di essere la prima, significa che qualcosa è cambiato. E probabilmente non in meglio. Perché una scuola che organizza sé stessa pensando prima al tempo libero e poi all’apprendimento è una scuola che, lentamente, sta dimenticando la ragione per cui esiste.

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