Le parole sono importanti o, se preferite, le parole sono pietre e, in ogni caso, vanno usate con estrema attenzione, soprattutto quando si affrontano temi “sensibili”.
Parlando di inclusione e di tutto ciò che ruota intorno a questo tema è bene essere precisi perché “le parole testimoniano la cultura e la cultura si nutre di parole, di pensieri e di azioni”: lo sostiene Evelina Chiocca, presidente del CIIS, che, con un suo post su Facebook, fa un ampio elenco di espressioni da non utilizzare.

Vediamo.

Non è il caso di parlare di “alunno di sostegno”: “l’alunno è alunno e basta, è una persona senza aggettivazioni” – afferma Chiocca – e, in quanto tale, va chiamato “per nome”, come facciamo con chiunque”.
Così come non va bene usare le espressioni “alunno DVA” o “alunno H”: “aggiorniamoci – esorta – e utilizziamo alunno con disabilità”.
Anche sottolineare, con tono differente, “insegnante di classe” e “insegnante di sostegno” rischia di far dimenticare che entrambi sono “insegnanti della classe”, come d’altra parte viene ribadito nei testi normativi.

In proposito, anzi, bisognerebbe ricordare che la legge 517 del 1977, che aveva abolito scuole e classi speciali e introdotto l’inserimento degli alunni handicappati (come allora venivano chiamati) nelle classi comuni, parlava esplicitamente di insegnanti specializzati assegnati alle attività di sostegno, mentre  la legge 104/92 afferma che le attività di sostegno sono garantite mediante l’assegnazione di docenti specializzati.

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E non va bene neppure quando il “docente di sostegno” dice “il  mio alunno”: “L’alunno – sottolinea Chiocca – è di tutti i docenti della classe e sarebbe molto meglio dire ‘il nostro alunno’ “.
Spesso si sente dire anche “seguo un alunno” oppure “mi è stato affidato un alunno” oppure “sono stato assegnato a un alunno”: “anche in questo caso – ricorda la presidente del CIIS – si trascura il fatto che il ‘docente di sostegno’, che è assegnato alla classe, deve seguire, in quanto poi li valuta, tutti gli alunni della classe, indistintamente”.

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Conclude Chiocca: “Sono alcune espressioni. Sicuramente ne esistono anche altre. Riflettiamoci e cerchiamo di usare un linguaggio il più possibile inclusivo”.
E, a chi fa osservare che CIIS è l’acronimo di “Coordinamento italiano insegnanti di sostegno” la presidente chiarisce: “È vero, ma quando la nostra associazione è nata c’era decisamente meno attenzione a certi aspetti. Oggi bisogna fare più attenzione; non escludiamo poter cambiare la denominazione in occasione di una prossima revisione dello Statuto”.