Insegnamento negato: l’ingerenza del volontariato pubblico cancella il vero ruolo dei docenti

di Alvaro Belardinelli, Tecnicadellascuola

Conoscere il CCNL permette di sfuggire al volontariato sistemico camuffato da obbligo.

 

Una grave ma poco appariscente malattia ha infettato buona parte dei docenti italiani. Media e talk show non ne parlano, ma è un virus che mette a repentaglio la salute mentale e l’efficienza professionale degli insegnanti inconsapevolmente colpiti. Si chiama volontariato sistemico camuffato da obbligo. Consiste nell’ossequio alla retorica dello “spirito di servizio”, della “missione”, della “centralità dello studente”. Una deriva aziendalistica che punta a trasformare l’insegnante da intellettuale critico a impiegato tuttofare, esecutore passivo di direttive calate dall’alto.

Le capienti spalle di chi non rifiuta mai
Un copione seguito soprattutto — ma non solo — da docenti giovani, precari o appena arrivati al “tempo indeterminato” (il ruolo di 35 anni fa). Nei primi anni di servizio si tende ad accettar tutto in modo acritico e supino. Piovono progetti, coordinamenti di classi difficili, “open day” in stile autosalone. Si cede per insicurezza, ingenuità, o per quel timore reverenziale verso l’autorità che il pedagogismo ministeriale inocula nei nuovi assunti. Così va il mondo (neoliberista), e la scuola-azienda non è da meno: chi non conosce i propri diritti, il lupo se lo mangia. Si assiste così al paradosso di colleghi giovanissimi, ancora privi di tutele reali, investiti di pesanti responsabilità burocratiche (funzioni strumentali o coordinamenti), carichi che lo “staff” di presidenza scarica volentieri sulle spalle di chi non sa ancora dire di no.

Se il no è la legittima risposta a pretese illegittime
La salvezza? Conoscer le regole. Leggere il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) non è un grigio adempimento burocratico: è un autentico atto di liberazione, è la base di partenza di ogni risalita dal fondo. Per questo prende corpo l’esigenza di spazi di resistenza collettiva, come l’avvicinamento al mondo sindacale (magari — perché no? — di base, dove i sindacalisti sono altri docenti che insegnano), nato per unire le forze e ritrovare la fermezza di pronunciare la parola più rivoluzionaria della scuola moderna: “No“. S’impara così che il no ha molte più basi giuridiche delle pressioni in nome del «lo fanno tutti». Riprendersi il tempo della didattica, sottratto dalle scartoffie dell’autonomia strisciante, significa difendere la libertà d’insegnamento garantita dalla Costituzione.

Ciò che è obbligatorio…
Per metter ordine tra i presunti obblighi, occorre ripartire dalla conoscenza del CCNL. Il perimetro del dovere è chiaro e invalicabile; tutto il resto appartiene alla sfera del facoltativo.

Partiamo dal lavoro in classe. Le ore settimanali obbligatorie destinate all’insegnamento sono tassative: 18 ore nella scuola secondaria, 22 nella primaria e 25 nell’infanzia. Se la cattedra non arriva a 18 ore, va completata con ore eventuali di supplenze interne, o con attività di recupero, ma senza mai sforar le 18 ore settimanali. Anche di fronte a pressioni burocratiche o a narrazioni di presunti obblighi di completamento a 20 ore, il docente ha diritto di esigere una cattedra di 18 ore. Ore comunque di pura attività didattica, senza obblighi d’altro tipo, nemmeno se in una settimana non si è stati impegnati in supplenze né recupero.

… e ciò che non lo è
Secondo pilastro è il limite invalicabile delle cosiddette “40+40 ore” per le attività funzionali. Basta leggere il CCNL. Un primo blocco, fino a un massimo di 40 ore annue, copre i collegi docenti, l’attività dei dipartimenti e i colloqui collettivi. Le altre 40 ore sono per consigli di classe, consigli straordinari e GLO. La condizione di validità di queste ore risiede nel Piano Annuale delle Attività, deliberato dal Collegio dei Docenti all’inizio dell’anno. Non è obbligatorio, ma volontario e pagato extra, tutto quanto ecceda questi confini.

Esistono poi adempimenti che esulano dal conteggio delle ore collegiali, come gli scrutini intermedi e finali e la partecipazione agli esami di Stato, che restano doveri d’ufficio inderogabili. Correzione dei compiti e studio casalingo per le lezioni, invece, non conoscono né monte ore né retribuzione. Lo stesso principio vale per i colloqui individuali coi genitori. Colloqui che, pur essendo un dovere, son regolamentati anche nel numero dal Collegio dei Docenti. Attenzione, perciò, a quel che si vota durante le delibere collegiali, quelle sì vincolanti se approvate a maggioranza!

Il docente che difenda i propri diritti difende la Scuola pubblica
La difesa dell’istruzione pubblica passa dalla consapevolezza dei propri diritti. Occorre saper respingere (eventualmente per iscritto) richieste burocratiche eccessive, le quali nulla hanno a che fare con la passione che ogni docente mette nell’insegnamento. Bisogna imparare a chiedere con fermezza: “È obbligatorio? Su quale base normativa?”. Il vero aggiornamento professionale deve consistere nella preparazione normativa e giuridica, perché la Scuola sia fondata sulla qualità del lavoro docente, e non sulla quantità delle some. Per le some, infatti, ci sono i somari.

Smettere di ascoltare le pretese di chi non capisce il lavoro degli insegnanti
Secondo l’ISTAT il 57,1% degli italiani non legge nemmeno un libro l’anno. Il nostro Paese — pur “alfabetizzato” — è tornato in pochi decenni ad una condizione di diffusa (e soddisfatta) ignoranza. Un Paese così non può comprendere il lavoro dei docenti. Infatti la maggior parte degli italioti è convinta che insegnare sia una bazzecola, una passeggiata di salute. Addossarsi compiti che non competono al docente serve solo a convincere i più che al docente si possa chieder di tutto come a un maggiordomo, perché reo di aver tanto tempo libero. Più li si accontenta, più chiederanno: ma così, davvero, si rischia di non arrivare in salute alla pensione (ossia — ricordiamolo — ai 70 anni!).

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