Scuola, sanità e pensioni: un Paese senza bambini

di Valentina Conte, la Repubblica

Con appena 1,14 figli per donna, la crisi delle nascite ridisegna crescita, famiglie e territori.
E mette alla prova la tenuta del welfare.

ROMA – La denatalità non è più soltanto un problema demografico. Con 355mila nascite nel 2025 e appena 1,14 figli per donna, sta già cambiando lavoro, crescita, welfare, pensioni e territori. Il dossier della Fondazione per la Natalità, realizzato con la collaborazione dell’Istat, e i dati di Bankitalia e Inps mostrano come il calo delle nascite restringa la futura forza lavoro, pesi sulle scelte delle donne e aumenti il carico sulle famiglie e sul sistema sociale. Ecco in sei schede dove si vedono già gli effetti.

CRESCITA – Il calo demografico costa il 5% del Pil potenziale

Meno nascite oggi significano meno lavoratori e una minore capacità produttiva domani. Secondo le previsioni dell’Istat, la popolazione tra 15 e 64 anni perderà oltre 3 milioni di persone entro il 2035. Per la Banca d’Italia, il solo impatto del calo demografico può ridurre il prodotto potenziale di circa il 5%. Lo squilibrio è destinato ad ampliarsi: nel 2050 gli italiani in età lavorativa scenderebbero da 37,2 a meno di 30 milioni, il 21% in meno.

Anche ipotizzando che più donne e persone anziane partecipino al mercato del lavoro, le forze attive diminuirebbero da 24,8 a 21,6 milioni. Meno lavoratori significa meno beni e servizi prodotti, maggiori difficoltà per le imprese nel trovare personale e una base più stretta per sostenere consumi e finanza pubblica. L’aumento dell’occupazione può attenuare il colpo, ma non cancellarlo. Per Bankitalia, soltanto più produttivitàinvestimenti e tecnologia potranno evitare che l’inverno demografico si trasformi in stagnazione economica.

CHILD PENALTY – La tassa occulta sulla maternità

Avere un figlio in Italia continua a presentare un conto professionale molto diverso per uomini e donne. Quasi una donna su due, il 49,9%, teme conseguenze negative sul lavoro dopo una nascita: gli studiosi la chiamano child penalty. Tra gli uomini la stessa preoccupazione riguarda il 24%. In un Paese nel quale per sostenere una famiglia servono spesso due stipendi, il reddito della madre è indispensabile. Ma è proprio quello più esposto al rischio.

Quando asili e servizi non bastano, sono soprattutto le donne a ridurre l’orariointerrompere la carriera o uscire dal mercato del lavoro. Gli uomini inattivi per ragioni familiari – che non hanno un lavoro e non lo cercano – sono 151mila, le donne oltre 3 milioni: un rapporto di uno a 21. Per il dossier Istat-Fondazione Natalità non è una libera divisione dei compiti, ma la conseguenza della mancanza di alternative. Finché diventare madre significherà rischiare lavoro, reddito e autonomia, la scelta di avere un figlio continuerà a somigliare a una rinuncia professionale.

TRAPPOLA DEMOGRAFICA – Meno nati oggi, meno genitori domani

La denatalità tende ad alimentare se stessa. Se in una generazione nascono pochi bambini, nella generazione successiva saranno meno anche le donne e gli uomini che potranno diventare genitori. Nel 2025 l’Italia ha registrato 355mila nascite, il minimo storico dal secondo dopoguerra. Nel 1964 erano circa un milione. Oggi il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, molto lontano dai 2,1 necessari per mantenere stabile la popolazione.

Ma anche un recupero della fecondità non basterebbe a colmare rapidamente il divario, perché si è ormai ristretta la popolazione in età fertile. Il confronto con la Francia lo mostra bene: se l’Italia raggiungesse il tasso francese di 1,61 figli per donna, avrebbe circa 494mila nascite l’anno, comunque molte meno delle 664mila registrate in Francia nel 2025. La base dei potenziali genitori italiani, in particolare delle donne, è ormai più piccola. Intanto l’età media delle madri al parto è salita in dieci anni da 31,6 a 32,7 anni. Nel 2025, per Istat, era 33,4 per le italiane e 31,4 per le straniere.

DECLINO DEI TERRITORI – Ogni anno scompare una città come Catania

Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini e sono morte 652mila persone. Il saldo naturale è negativo per 297mila abitanti. È come se ogni anno sparisse una città grande quanto Catania. Oppure, per usare gli altri paragoni del dossier Istat-Fondazione Natalità, Venezia e Verona insieme o dodici città come Matera. Dietro queste immagini ci sono comunità che perdono abitanti e diventano progressivamente più anziane.

Le scuole chiudono perché non hanno abbastanza iscritti; i reparti ospedalieri vengono ridimensionati; negozi e attività cessano perché diminuiscono i clienti. Anche mantenere trasporti, uffici pubblici e servizi di prossimità diventa più difficile e costoso. Il declino rischia così di autoalimentarsi: meno abitanti significano meno servizi, ma meno servizi rendono ancora meno conveniente restare, soprattutto per i giovani e per le famiglie. La denatalità non svuota soltanto le culle. Ridisegna la geografia del Paese e rende più fragili soprattutto i piccoli centri e le aree interne.

WELFARE – Più anziani da assistere, meno giovani per sostenerli

L’Italia ha un primato positivo: la longevità. L’aspettativa di vita raggiunge 83,4 anni, contro gli 81,5 dell’Unione europea e i 78,4 degli Stati Uniti. Ma in un Paese che non fa più figli questa conquista rischia di trasformarsi in un boomerang. La piramide demografica è sempre più sbilanciata verso l’alto: crescono gli anziani bisognosi di cure e assistenza, mentre diminuiscono i giovani e la forza lavoro chiamata a sostenere il sistema.

La sanità pubblica è già sotto pressione, come mostrano le lunghe liste d’attesa. Nei prossimi anni aumenteranno anche i bisogni legati alla non autosufficienza e alle cure di lunga durata. E cambia anche il ruolo delle famiglie: sempre più adulti si trovano stretti tra l’assistenza ai figli e quella ai genitori anziani. Tra chi non intende avere figli, l’11,5% indica proprio la cura dei genitori come motivo della rinuncia. Tra i 35 e i 44 anni la quota sale al 12%. La crisi ricade soprattutto sulle donne, che rischiano di diventare caregiver di due generazioni. Sono 763mila le persone che rinunciano a progetti di fecondità.

PENSIONI – Da 38 a 64 anziani ogni cento persone in età da lavoro

Il sistema pensionistico italiano è a ripartizione: i contributi versati oggi dai lavoratori finanziano le pensioni correnti. Per questo la denatalità ne restringe progressivamente la base. Secondo l’Istat, entro il 2050 la quota di popolazione tra 15 e 64 anni scenderà dal 63,5% al 54,3%, mentre gli over 65 saliranno dal 24,3% al 34,6%. Significa passare da circa 38 anziani ogni cento persone in età lavorativa a 64. Anche ipotizzando una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, le forze attive diminuirebbero da 24,8 a 21,6 milioni: 3,2 milioni in meno.

L’Inps avverte che sulla tenuta del sistema incidono anche salari, produttività, continuità contributiva ed età di uscita. Anche il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ricorda che entro il 2050 l’Italia perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa: serviranno più occupazione femminile e giovanile. Ma anche «un’attenta politica nei confronti dell’immigrazione regolare». È stata la ricetta della Spagna. Sta funzionando.

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