di Martino Spadari

Dalle crisi d’ansia all’isolamento: dopo due anni dall’inizio dell’epidemia, gli studenti si sono organizzati per cercare di risolvere i problemi legati al loro nuovo stile di vita. E la prima richiesta è un maggior sostegno psicologico dalla scuola

Di tempo ce n’è sempre poco. E le famiglie, si sa, tendono a essere pragmatiche: posto che c’è un problema, beh si cerca una soluzione. Così è stato anche con la pandemia: i figli devono studiare in smart? Troviamo la soluzione ottimale perché questo avvenga con il miglior profitto di apprendimento del figlio e, al tempo stesso, limitando il più possibile i danni. «Durante la pandemia nei ragazzi sono venute a galla delle fragilità – spiega Francesca Varchetta, prof di lettere alle scuole medie – dall’ansia, ai disturbi dell’alimentazione, dalle difficoltà nel sonno ai gesti di autolesionismo, che nella maggior parte dei casi erano già sottese e riconoscibili nelle valutazioni degli specialisti. Si rileva come spesso in presenza di disturbi specifici di apprendimento, dichiarati ed evidenziati in modo forte, le famiglie scelgono di intraprendere subito il percorso logopedico per cercare di sistemare un po’ le cose, tralasciando di occuparsi delle fragilità di ambito più specificatamente psicologico».

Eccoci al problema: dad obbligatoria da una parte, problemi aumentati dei ragazzi dall’altra. Gli studenti parlano del periodo di pandemia come di un «moltiplicatore», una condizione che ha messo in luce, esasperandoli, problemi già presenti. Ecco la voce di Giacomo Calvi, 18 anni, studenti (ora maturato) del liceo Carducci di Milano: «Con la pandemia la scuola è diventata il centro di vita di ognuno di noi. Prima c’era lo sport, la socialità tra noi, la possibilità di viaggiare, insomma la vita normale. Con il Covid tutto si è azzerato e oltre alle lezioni a distanza, il momento di scambi e di socialità con compagni e amici era solo online. Quindi tutta la giornata si svolgeva intorno alla scuola e alle sue richieste. Allora è la scuola che deve preoccuparsi dei disagi che ci accompagnano: non basta la presenza di uno psicologo 4 giorni al mese, obbligato a fare fino a 15 incontri al giorno per cercare di rispondere a tutte le richieste che gli arrivano. Servono più psicologi che abbiano il tempo di seguire oltre ai singoli anche intere classi, capire come procedono e quali problemi in particolare ci sono. Non solo devono poter seguire anche i docenti, anche loro colpiti dalle complicazioni del Covid, e quindi con i loro problemi. Insomma questa parte di assistenza e aiuto psicologico, e questo vale anche per i prof, dovrebbe essere un dovere della scuola, una sua fondamentale funzione». Questo è un Sos: Giacomo non parla solo per sé: è parte e voce di un gruppo di compagni di scuola (circa 60) coraggiosi: sì perché prima di tutto hanno iniziato a voler capire, durante il lungo periodo della pandemia cosa li ha colpiti maggiormente, cosa gli ha creato problemi. Poi hanno cercato anche di trovare delle possibili soluzioni, per tutti. «Durante l’ultimo anno scolastico ci siamo incontrati una volta alla settimana, quello che nel secolo scorso si chiamava collettivo. La scuola ci ha negato gli spazi per questi incontri e allora una sede Arci ci ha offerto uno stanzone e siamo andati lì. Nessun ordine del giorno preciso: ci siamo occupati dei problemi di studio, delle attività extra scolastiche ma anche dei problemi personali come ansie o depressioni, per poi cercare soluzioni o strade per arrivare a soluzioni. La richiesta di più psicologi a scuola è emersa proprio in uno di questi collettivi».

Qualche dato: da un monitoraggio (l’ultimo) del marzo 2021, previsto da un accordo tra ministero dell’Istruzione e Ordine degli psicologi risulta che 5.662 scuole su 8.163 (pari al 69,2%) hanno attivato il servizio di sostegno psicologico (e di queste 3.178 lo hanno attivato ex novo proprio grazie ai fondi per la prevenzione e il trattamento dei disagi causati dal Covid. Ma dopo tutto è cambiato: gli Ordini degli psicologi fanno sapere che nel 2022 il numero degli sportelli nelle scuole è crollato a 2.500-3.000, la metà di quelli monitorati nel 2021. Non va tanto bene nemmeno dal versante dei risultati scolastici: dall’ultimo rapporto Invalsi 2022 metà dei ragazzi, dopo 13 anni di scuola non raggiunge la sufficienza né in italiano né in matematica. Tradotto: un ragazzo su due esce dalla scuola con grosse lacune, e questo soprattutto nelle regioni del Sud. Poi c’è un dato ancora più allarmante: secondo l’Eurostat, più di un ragazzo su dieci (per l’esattezza il 13,1 per cento) lascia la scuola prima di diplomarsi. Quindi, la scuola sembra essere al centro di una sfida che da una parte che non riesce a garantire una preparazione culturale adeguata e dall’altra è chiamata a raccogliere i malesseri (tanti) che colpiscono i ragazzi.

E qui, a sentire le parole di Nunzia Delia Albanese, neuropsichiatra infantile in un ASST di Monza, sembra di sentire un bollettino di guerra: «E’ stato costante l’aumento dei giovani e giovanissimi adolescenti che arrivano ai nostri Pronto Soccorso perché hanno tentato il suicidio o perché pensano insistentemente di farlo. Non solo: in netta crescita anche le giovani e giovanissime che rifiutano il cibo e dimagriscono fino a diventare spettri di sé stesse, e sono in prevalenza femmine. In generale i tentati suicidi avvengono in prevalenza per ingestione di farmaci o altre sostanze: ansiolitici, antiepilettici, antiparkinsoniani, tranquillanti maggiori, alcool, detergenti per la casa e per la cura personale, candeggina, ammoniaca, olii per massaggio, antidepressivi, spesso analgesici. Le sostanze ingerite sono le più varie, spesso mescolate; l’analgesico-antipiretico è ingrediente comune ai diversi cocktail». Non male, sembra che non manchi nulla dell’ampio catalogo assortito dei malesseri dell’uomo, in genere dell’uomo e della donna più adulti, di gente che un po’ di vita alle spalle se l’è messa. Qui invece parliamo di ragazzi, di persone che iniziano a guardare e a capire (o a non capire) gli adulti e che non sanno come uscire da questa ‘trappola dorata’ che il mondo gli ha costruito addosso. «Durante gli anni di Covid – chiarisce Simonetta Bonfiglio, presidente del Centro Milanese di Psicoanalisi – è sembrato di assistere ad una ‘epidemia psichica’ tra gli adolescenti, un aumento esponenziale di atti autolesivi, tentati suicidi, disturbi gravi del comportamento alimentare, attacchi di panico, fenomeni di dipendenza da internet, isolamento e abbandono scolastico, tutti episodi registrati dalle strutture sanitarie e territoriali». I problemi ci sono, e sono tanti. «Gli adolescenti più fragili – spiega Monica Bomba, dirigente Neuropsichiatra Infantile all’Asst di Monza Brianza – hanno dovuto cercare un modo per continuare a sentirsi autori della propria vita. Lo sviluppo di disturbi alimentari, di ritiro sociale, di depressione e autolesionismo in questi ultimi due anni è impressionante ed è compito anche della scuola prendersene cura. Il nostro sistema sociale sarà sempre più sbilanciato e in pericolo di crollo senza politiche serie a favore dei più piccoli».

La scuola però non sembra abbia soluzioni pronte a rispondere a queste «nuove» esigenze dei ragazzi. L’impegno dei prof, come sempre, c’è ma appare chiaro che ora, davanti a questa emergenza, servono strumenti e atteggiamenti diversi. «Genitori e istituzione scolastica – conclude Bonfiglio – sembrano arroccati su posizioni difensive e cercano di controllare il futuro dei propri ragazzi proponendo il modello del successo individuale come soluzione al tema dell’identità e della sicurezza. Alta prestazione e competizione sociale creano pressioni, timori, acuire fragilità e dubbi. Il rischio è quello di mortificare la spinta creativa e personale di una generazione». Le parole di Giacomo: «Il problema principale è l’individualismo. Il Covid ha spinto molti di noi a guardare solo se stessi, senza poter contare più sugli l altri, sui compagni e amici. Siamo da soli davanti alle richieste della scuola (devi studiare e avere voti buoni) e della società (studia altrimenti nella vita non avrai mai successo). Quindi non siamo più una classe, un gruppo di amici, un gruppo di studenti ma singole persone davanti a tutto. E questo rende fragili e alla lunga anche disinteressati a ciò che accade fuori dal nostro piccolo mondo».

fonte: Corriere.it