di Giuliana Sannito, 22.10.2023.

Il taglio del cuneo fiscale non porterà a un cambiamento delle buste paga per il 2024. Leggero aumento di circa 20 euro per i redditi più bassi sganciato dalla questione del cuneo contributivo

Il protagonista della Manovra 2024 sarà sicuramente il rinnovato tagliodel cuneo fiscale, che costa alle casse dello Stato circa 10 miliardi di euro.

L’obiettivo, ha spiegato Giorgia Meloni, è quello di continuare a favorire gli stipendi più bassi, agendo sui redditi fino a 35 mila euro, e in particolare quelli fino a 25 mila. Sempre su queste fasce si vedrà anche l’impatto della rimodulazione dell‘Irpef – i cui scaglioni passano da quattro a tre – che il governo ha voluto affiancare alla legge di Bilancio e che costerà altri cinque miliardi circa.

In totale parliamo di 15 miliardi di euro per questa Manovra.

Contestualmente il governo ha tagliato le detrazioni fiscali sopra i 50 mila euro, per evitare che la rimodulazione delle due aliquote Irpef – quelle che riguardano i redditi più bassi – finisca per agevolare anche chi guadagna di più, dal momento che l’ampliamento del primo scaglione ha comunque un riflesso su quelli successivi. Dal prossimo anno, quindi, per i redditi oltre i 50 mila euro la detrazione sull’imposta lordo vedrà una diminuzione di 260 euro.

In buona sostanza il prossimo anno gli stipendi sotto ai 35mila euro rimarranno più o meno gli stessi – ci sarà giusto un piccolo aumento dovuto alla riforma dell’Irpef, che viaggia parallelamente alla decontribuzione – grazie alla proroga per tutto il 2024 del taglio di 6 o 7 punti percentuali della quota contributiva a carico del lavoratore dipendente. Parliamo dell’aumento del netto in busta paga che il governo Meloni ha inserito a partire dall’estate 2023, varato con il decreto Lavoro del primo maggio scorso.

In totale, secondo le stime del governo, il netto in busta paga è aumentato mediamente di circa 100 euro, anche se varia notevolmente in base alla retribuzione. L’esecutivo ha portato il taglio al 7% per i redditi fino a 25mila euro annui e al 6% per quelli tra i 25mila e i 35mila euro. In precedenza era stato del 2/3% con il governo Draghi. Praticamente la metà dei 24 miliardi totali stanziati nella manovra di bilancio servirà a rifinanziare il taglio, che però non comporterà ulteriori aumenti di stipendio.

Dal gennaio 2024 entrerà in vigore la riforma dell’Irpef: le aliquote passeranno da quattro a tre, con un accorpamento del primo scaglione. La situazione attuale è la seguente:

  • redditi fino a 15mila euro, aliquota del 23%
  • redditi tra i 15mila e i 28mila euro, aliquota del 25%
  • redditi tra i 28mila e i 50mila euro, aliquota del 35%
  • redditi superiori ai 50mila euro, aliquota del 43%

Dopo l’entrata in vigore della riforma del governo, ovvero da gennaio 2024, l’Irpef seguirà questo schema:

  • redditi fino a 28mila euro, aliquota del 23%
  • redditi tra i 28mila e i 50mila euro, aliquota del 35%
  • redditi superiori ai 50mila euro, aliquota del 43%

In sostanza, il primo scaglione viene accorpato, con la conseguenza che i redditi tra i 15mila e i 28mila euro pagheranno due punti in meno di Irpef, passando dal 25% al 23%. No tax area fino a 8500 €.

Dal primo gennaio, quindi, grazie alla riforma dell’Irpef che passerà a tre aliquote, ci dovrebbe essere un leggero aumento di circa 20 euro per i redditi più bassi, ma che è tuttavia sganciato dalla questione del cuneo contributivo. In ogni caso, il governo ha sottolineato l’importanza della conferma della misura, che altrimenti avrebbe “sgonfiato” le buste paga dall’inizio del 2024. Un’eventualità, al netto dei proclami del governo, praticamente impossibile da far accadere, anche perché sono 14 milioni gli italiani interessati dalla misura. Praticamente un quarto degli abitanti del Paese che, se il governo non avesse rinnovato il taglio, si sarebbero trovati 100 euro in meno in busta paga.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato l’ultimo degli esponenti del governo Meloni a garantire che il taglio del cuneo fiscale sarà confermato anche nel 2024, parlando all’evento Sky 20 anni. Non sarà strutturale, come la maggioranza aveva promesso, ma per tutto l’anno prossimo dovrebbe restare in vigore la riduzione dei contributi che il lavoratore dipendente deve versare all’Inps (compensato dallo Stato per non creare effetti negativi sulla pensione). Concretamente, però, questo non porterà a un cambiamento delle buste paga per il 2024.

Il motivo è che, se la misura verrà riconfermata, la situazione resterà la stessa degli ultimi mesi. Infatti, così come il taglio del cuneo si è applicato agli assegni da luglio a dicembre 2023, allo stesso modo si applicherà a quello di gennaio 2024, senza che ci siano ulteriori aumenti. Al contrario la proroga del governo ha il risultato di evitare un calo dello stipendio, che sarebbe arrivato se la il taglio fosse stato cancellato o ridotto.

Gli effetti sugli stipendi: la simulazione

Nel complesso, si parla di una riduzione del 7% del cuneo per i lavoratori che prendono fino a 25mila euro, e del 6% per chi prende fino a 35mila euro all’anno. Secondo i calcoli effettuati dall’Inps, in media questo significa che da luglio ci si trova con 98 euro in più in busta paga, rispetto a una situazione ipotetica senza alcun taglio del cuneo.

Questi soldi, vengono ricevuti già da luglio, e continueranno ad arrivare l’anno prossimo.

Sempre l’Inps stima che più della metà dei lavoratori (il 57%) riceva già oggi più di 100 euro al mese come ‘bonus’ dovuto al taglio del cuneo fiscale.

Guardando solo i dipendenti che lavorano a tempo pieno per un mese intero, si arriva a 123 euro di surplus. In questa categoria, in particolare, circa il 90% dei lavoratori supera i 100 euro lordi di aumento al mese, il 48% è sopra i 125 euro e l’8% raggiunge i 150 euro, mentre appena il 2% è al di sotto degli 80 euro.

Nel 2024 queste cifre resteranno identiche, e quindi il proprio stipendio non cambierà, se il governo confermerà quanto detto finora e prolungherà il taglio di un anno.

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A chi spetta l’agevolazione in busta paga

L’esonero fino al 6% sulla trattenuta ordinaria in busta paga per i contributi INPS (riduzione della ritenuta previdenziale) a carico del lavoratore (di norma versati in misura pari al 9,19% della retribuzione lorda mensile percepita per il settore privato e 8,8% nel pubblico) spetta ai lavoratori in forze con contratto di assunzione di lavoro subordinato (i dipendenti e assimilati) che abbiano una retribuzione mensile non superiore a 2.692 euro lordi parametrati su 13 mensilità.

L’esonero sale al 7% se l’imponibile del mese non sfora i 1.923 euro. Il riferimento per la retribuzione mensile è l’imponibile ai fini previdenziali.

Sono ricompresi tutti i rapporti di lavoro subordinato (compresi quelli di apprendistato o per lavoro agricolo) in forza presso qualunque datore di lavoro pubblico e privato, anche non imprenditore. Sono invece esclusi i lavoratori domestici.

Il taglio del cuneo fiscale, si configura come uno sconto INPS a beneficio del lavoratore:

  • con retribuzione imponibile previdenziale entro i 2.692 euro, la trattenuta a titolo di contribuzione sarà del3,19%;
  • con imponibile non eccedente i 1.923 euro mensili, la trattenuta è del 2,19%(si tagliano tre punti).

Conclusione: cos’è il taglio al cuneo fiscale

Quando si parla di riduzione dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori pubblici accanto compare sempre il termine “cuneo fiscale”.
Trattasi, in buona sostanza, di un valore statistico che esprime la differenza tra il costo totale sostenuto dal datore di lavoro ed il compenso netto che spetta al lavoratore dipendente.

Il cuneo quindi rappresenta il rapporto tra le trattenute totali, a carico dell’azienda e del lavoratore, ed il costo totale del lavoro.

Fanno parte delle trattenute tre tipologie di tributi e contributi:

  • Imposte sul reddito a carico del lavoratore, rappresentata in Italia da Irpef (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) ed addizionali regionali e comunali;
  • Contributi previdenziali ed assistenziali (a beneficio dell’Inps o di altre casse di previdenza) a carico del lavoratore, recuperati in busta paga dall’azienda e versati dalla stessa all’ente interessato;
  • Contributi previdenziali ed assistenziali (per Inps o altre casse) a carico del datore di lavoro, anch’essi versati da quest’ultimo.

Per calcolare il cuneo fiscale si sommano le tre tipologie di trattenute citate.

Il risultato dev’essere poi rapportato al costo del lavoro.
Da quest’ultima operazione si ottiene il cuneo fiscale, espresso in percentuale.