Istruzione, il sistema sotto attacco dagli anni ‘90

di Renata Puleo, il manifesto

COMMENTI. Il disarticolato sistema, frutto delle riforme del secolo scorso e di quelle aggiuntesi con l’autonomia e la dirigenza scolastiche, traballa sotto i colpi inferti dall’expertise economica neoliberista

La scuola pubblica italiana è frequentata da circa 8, 5 milioni di bambini e ragazzi. Il dato andrebbe disaggregato rispetto alla frequenza nelle scuole private e parificate e andrebbe aggiunto, per avere idea del numero complessivo, quello delle creature piccole, da 0 a 5 anni (nidi, scuole dell’Infanzia). I soggetti disabili, mentre è in atto un pericoloso aumento della medicalizzazione delle difficoltà di apprendimento, sono almeno 300mila, i minori non italiani (questione dolente), sono il 10%. Questo sistema di educazione e istruzione è sotto attacco dagli anni Novanta.

Il disarticolato sistema, frutto delle riforme del secolo scorso e di quelle aggiuntesi con l’autonomia e la dirigenza scolastiche, traballa sotto i colpi inferti dall’expertise economica neoliberista (lemma sotto il quale convivono varie tendenze e scuole). Il nodo centrale di tale attacco è la presunta estraneità, fin dalla prima infanzia, dalle esigenze imposte dal modello socio-economico. Secondo questi esperti, molti dei quali dell’area progressista, della sinistra in continua auto-flagellazione per essere appunto di sinistra, alla scuola si deve chiedere adattamento alle richieste del mercato del lavoro che, a saldo delle crisi ricorrenti, ha bisogno di capitale umano da immettere nella catena del valore.

A 5 anni si deve essere orientati allo sviluppo di soft skill (affettivo-relazionali e cognitive), alla scuola elementare e media (primo ciclo dell’istruzione) bisogna imparare a gestire compiti di realtà, ad autogenerare saperi. Alle superiori, nella costante diminuzione delle ore di lezione, di laboratorio per gli ambiti professionali e tecnici, le otto competenze-chiave europee sono dogmi del Nuovo Ordine Educativo e Didattico, nell’oblio delle discipline e dei loro quadri epistemologici. Grazie al badge-studente la loro certificazione entra nei curricula per conseguire lavoro, di merda (bullshit) e precario. Agli ambienti attrezzati per le realtà aumentate, non servono maestri e professori, ma una sorta di animatori (precari, per lo più?), mediatori fra macchine e alunni, formati alla didattica della rete.

La missione 4 del Pnrr, il fondo (a debito salato), è di circa 8 mld. La piattaforma Futura del ministero ci mostra una distribuzione dei denari orientata alla competenza digitale che assorbe completamente quella Stem (matematica, scienza, tecnologia), quelle linguistiche (italiano e inglese), ovviamente, quella imprenditoriale e la fantomatica “imparare a imparare”.

Per aumentare il tempo pieno alla primaria e l’offerta per la prima infanzia ci sono, sulla carta, 4,6 miliardi. Ma i Comuni non li stanno ricevendo e, spesso, i più piccoli e al Sud, hanno scarsa capacità di gestione degli appalti. I denari per ristrutturazioni di edifici e nuove strutture sono 3.9 miliardi, ma anni di sfacelo imporrebbero di impiegare tutto il fondo della missione a questo compito. Un paragrafo di Futura ci ricorda che la popolazione scolastica diminuisce e dunque forse si può addirittura accelerare il dimensionamento degli istituti scolastici e continuare a far sparire scuole dai piccoli centri. Se mancano insegnanti, niente paura, tanto i gruppi classe potranno esser divisi in piccoli numeri negli ambienti digitali, in fondo, andranno sorvegliati mentre le macchine danno lezione. Se dalla scuola usciranno ragazzi analfabeti, ignari di dove scorre il Tevere, imbattibili nel comporre sciocchezze grazie alle chatGpt, il lavoro docente avrà avuto successo. E su tutto il baraccone vigilerà l’Invalsi, e ne misurerà la temperatura.

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