Inps, altro errore sulle pensioni di vecchiaia
di Valentina Conte, la Repubblica
L’Istituto corregge dopo oltre due anni il taglio previsto dalla manovra 2024, ma riservato solo agli assegni anticipati. Ora scattano arretrati e interessi. Colpiti dipendenti di sanità, scuola, enti locali, giustizia. Sottratti agli ignari pensionati fino a 40 milioni: qualcuno ha fatto ricorso.
ROMA – Altro errore dell’Inps sulle pensioni. Stavolta riguarda una platea di dipendenti pubblici iscritti alle casse Cpdel, Cps, Cpi e Cpug penalizzati dalla manovra 2024 sul ricalcolo delle quote retributive. La legge uscita dal Parlamento aveva ristretto il taglio alle sole pensioni anticipate, ordinarie e dei precoci, escludendo invece chi usciva con i requisiti della vecchiaia. L’Inps però non ne ha tenuto conto.
E solo con il messaggio numero 787 del 5 marzo scorso, dopo due anni e due mesi dall’entrata in vigore della norma, ammette il problema: le pensioni di vecchiaia liquidate applicando le nuove aliquote dovranno essere riesaminate d’ufficio, con restituzione degli arretrati, interessi legali e rivalutazione monetaria.
La platea colpita è all’interno degli 81.500 indicati dalla Ragioneria come gli interessati ai tagli, dato che però somma sia pensionati di vecchiaia che in anticipata. Il taglio “indebito” dell’Inps vale circa 40 milioni: tanto quanto, dai documenti parlamentari, pesava l’esclusione della stretta per gli assegni di vecchiaia. Esclusione “dimenticata” dall’Inps per ben 26 mesi.
La stretta pensata dal governo
La norma nasce nella legge di bilancio 2024 e interviene sulle aliquote di rendimento delle quote retributive delle pensioni di quattro gestioni ex Inpdap: Cassa dipendenti enti locali, sanitari, insegnanti di asilo e ufficiali giudiziari. L’impianto originario del governo era ampio: il testo iniziale faceva riferimento a tutti i trattamenti con decorrenza dal 1° gennaio 2024, non solo alle anticipate. L’obiettivo era tagliare un meccanismo considerato troppo generoso per chi aveva meno di 15 anni di anzianità nel retributivo, cioè prima del 1996. L’Upb, nella memoria sulla manovra del novembre 2023, stimava risparmi crescenti da 17,7 milioni lordi nel 2024 a 3,5 miliardi nel 2043, per un totale cumulato di 32,9 miliardi lordi, 21,4 netti della fiscalità. La platea coinvolta, secondo la relazione tecnica originaria, sarebbe salita da 31.500 pensioni vigenti nel 2024 a 732.300 nel 2043.
Il cambio al Senato: fuori le vecchiaie
Il punto decisivo arriva però durante l’esame parlamentare. Il dossier della Camera ricorda che il Senato riscrive il comma 161 – dopo un aspro dibattito politico – e chiarisce che la riduzione del trattamento pensionistico si applica «solo nei casi delle pensioni anticipate», cioè quelle liquidate in base al solo requisito contributivo, comprese quelle dei lavoratori precoci. Restano fuori i soggetti che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2023 e i casi di cessazione dal servizio per raggiungimento dei limiti di età o di servizio. In altre parole: il perimetro finale della legge non comprende più le pensioni di vecchiaia. È una correzione che pesa anche sui conti pubblici. La tabella della Ragioneria allegata alle modifiche del Senato quantifica infatti i maggiori oneri rispetto al testo originario in 10 milioni netti nel 2024 e 29,4 milioni nel 2025. Segno che l’esclusione delle vecchiaie valeva già quasi 40 milioni in due anni per il bilancio dello Stato.
L’errore dell’Inps
Nonostante la correzione parlamentare, l’Inps ha continuato ad applicare le nuove aliquote anche a pensioni di vecchiaia liquidate dal 2024. Il messaggio del 5 marzo scorso lo dice ora in modo esplicito: le nuove aliquote dell’allegato II della legge 213 del 2023 «si applicano solo alle pensioni anticipate», mentre «non si applicano alle pensioni di vecchiaia, anche in cumulo». Non conta che il lavoratore si sia dimesso dalla pubblica amministrazione. Conta solo il tipo di trattamento: se è anticipato, la stretta resta; se è vecchiaia, tornano le vecchie aliquote, più favorevoli. È una correzione che arriva dopo ricorsi amministrativi e dopo approfondimenti condivisi con il ministero del Lavoro.
Arretrati, interessi e rivalutazione
La conseguenza pratica è pesante. L’Inps dispone il riesame d’ufficio delle pensioni di vecchiaia calcolate con le aliquote sbagliate. Ai pensionati interessati dovranno essere riconosciute le differenze sui ratei arretrati, oltre agli interessi legali e alla rivalutazione monetaria calcolata a ritroso dalla data di riliquidazione. Gli eventuali indebiti già contestati andranno annullati con una formula netta: «Insussistenza originaria del debito per errore nel calcolo della pensione». Quanto valga esattamente l’errore sulle sole vecchiaie non è ancora quantificabile dalle carte disponibili, perché le vecchie tabelle della Ragioneria non distinguono tra pensioni anticipate e di vecchiaia. Ma il punto politico e amministrativo è già chiaro: il Parlamento aveva escluso le vecchiaie dal taglio, l’Inps se ne accorge solo ora.
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