Gite scolastiche al capolinea?
di Lara Sardi, Scuola in Forma
Se i docenti dicono “no”: l’esempio della Catalogna, una ribellione che fa scuola e cosa succede in Italia.
Il tema dei viaggi d’istruzione sta diventando una vera e propria polveriera nel mondo della scuola. Da un lato ci sono gli studenti che sognano la gita come il momento più bello della loro vita scolastica, dall’altro docenti sempre più restii a dare la propria disponibilità. Ma perché questa resistenza vero le gite scolastiche sta crescendo?
L’esempio catalano: una ribellione che fa scuola
In Catalogna, la protesta è già passata dalle parole ai fatti. Almeno 54 istituti scolastici hanno ufficialmente sospeso ogni uscita didattica con pernottamento. I motivi? Una mobilitazione sindacale contro carichi di lavoro eccessivi, salari non adeguati e una burocrazia asfissiante. Il dato paradossale? Gli insegnanti spagnoli guadagnano mediamente 400 euro in più dei colleghi italiani, eppure hanno deciso che il limite è stato superato. Se in Spagna, con stipendi più alti, si arriva al blocco delle gite, perché in Italia — dove i salari dei docenti sono tra i più bassi d’Europa — si continua a dare per scontata la disponibilità degli insegnanti?
Le tre ragioni del “No” per le gite scolastiche: responsabilità, lavoro gratis e rischi
Le motivazioni dei colleghi catalani sono sovrapponibili a quelle italiane e ruotano attorno a tre nodi critici che l’opinione pubblica spesso ignora: il primo aspetto è il lavoro extra mai retribuito. Una gita non è una “vacanza gratis” per il prof. Si tratta di ore e ore di lavoro aggiuntivo che includono la pianificazione, il rapporto costante con agenzie e famiglie e, soprattutto, la vigilanza h24, inclusa quella notturna. In Italia, questo impegno extra non viene riconosciuto economicamente: il docente presta la propria opera gratuitamente per 24 ore al giorno.
Occorre poi considerare la scure della “Culpa in Vigilando”: la responsabilità penale e civile in Italia è altissima. Se a uno studente durante le gite scolastiche succede qualcosa, il docente risponde in prima persona. Gestire più di 15 minori per diversi giorni significa assumersi un rischio enorme per la propria carriera e il proprio patrimonio, senza alcuna rete di protezione reale.
Infine, spesso i professori si trovano a dover gestire malattie e malesseri improvvisi, dovendo somministrare farmaci o gestendo situazioni di disagio psicologico senza avere né la formazione né le tutele di un operatore sanitario. Di fatto, per tre o cinque giorni, un docente diventa il genitore legale di decine di ragazzi, con tutto il carico emotivo che ne consegue.
Il pregiudizio dell’opinione pubblica sulle gite scolastiche
L’errore più comune commesso “fuori” dal mondo della scuola è pensare: “Ma tanto hanno la gita pagata!”. Questo amaro sarcasmo non tiene conto che nessun professionista accetterebbe di lavorare giorno e notte, lontano da casa e dai propri affetti, con responsabilità legali da brivido, avendo come unico “compenso” un pasto in hotel e un letto (spesso scomodo).
È tempo di ribellarsi anche in Italia?
Educare significa stare bene a scuola, ma stare bene significa anche vedere riconosciuta la propria dignità professionale. Se le condizioni di lavoro non cambiano e se non verrà previsto un indennizzo specifico e dignitoso per le missioni esterne, il rischio è che le gite scolastiche diventino un ricordo del passato.
In tutto il mondo i docenti stanno alzando la voce. In Italia, dove guadagniamo meno e rischiamo di più, forse è arrivato il momento di chiederci se continuare a offrire questo servizio “per amore della scuola” sia ancora sostenibile o se, invece, una forma di protesta simile a quella catalana non sia l’unico modo per farsi ascoltare.
.
