Carta del Docente: l’arte di ampliare riducendo
di Norberto Gallo, La Voce della scuola
Dice la sottosegretaria Frassinetti che il governo «ha ampliato la misura». Per la serie: come trasformare un taglio di 117 euro in un atto di generosità.
C’è una frase, nel comunicato del Sottosegretario Frassinetti sulla Carta del Docente, che meriterebbe di essere incorniciata e appesa nelle aule di matematica di tutte le scuole d’Italia: “Questo Governo non ha tagliato le risorse, ma ha reso la misura più equa ed efficace”.
Ipotesi di traduzione dal politichese: «vi diamo 117 euro in meno a testa, ma con più amore».
Il meccanismo è noto, e quelli che hanno commentato in massa sui social lo hanno smontato con una chiarezza che nessun comunicato stampa riuscirebbe mai ad oscurare. La torta è rimasta la stessa — 400 milioni — ma i commensali sono aumentati di 250.000 unità. Risultato: da 500 euro si passa a 383. È aritmetica, non polemica strumentale. È la tabellina del quattro, non un complotto dell’opposizione.
E sia chiaro: nessuno contesta l’estensione ai docenti precari. Era doverosa, era attesa, se non altro era stata imposta da una valanga di ricorsi che il Ministero aveva sistematicamente perso.
Il punto è un altro, ed è un punto che nel comunicato Frassinetti non viene nemmeno sfiorato: perché l’estensione è stata finanziata interamente a carico dei docenti di ruolo?
Perché — ed è qui che la retorica del comunicato si fa davvero interessante — i soldi c’erano. Stavano nei famosi 281 milioni di fondi europei che la stessa Frassinetti cita con orgoglio. Quei fondi, dice il comunicato, servono a “rafforzare le opportunità di formazione, consentendo alle scuole di sostenere direttamente l’aggiornamento professionale dei docenti e di mettere a disposizione strumenti e materiali didattici”.
Perché dare 281 milioni alle scuole per la formazione dei docenti, anziché usarli per integrare la Carta del Docente e mantenere la quota a 500 euro anche per i precari, non è una scelta neutra. È una scelta politica precisa. Significa spostare il potere di spesa dal singolo insegnante all’istituzione. Significa che non sarà più il docente a decidere quale libro comprare, quale corso frequentare, quale strumento gli serve, ma il dirigente scolastico — o chi per lui — a stabilire le priorità formative dell’istituto. Il docente perde autonomia. La scuola-azienda guadagna un altro pezzo di controllo e qualche soldo in più da gestire a budget.
Chi conosce la scuola reale sa cosa succede quando i fondi per la formazione passano attraverso i canali istituzionali: si trasformano in corsi preconfezionati, spesso inutili, quasi sempre scelti con criteri che hanno poco a che fare con i bisogni didattici e molto con le convenienze organizzative. Quei 281 milioni, dati direttamente in carta docente, avrebbero risolto tutto: 500 euro ai docenti di ruolo, 500 euro ai precari, nessuno derubato, nessuno costretto a dire grazie. Invece no: la quota individuale scende, e il resto finisce nel grande calderone della formazione gestita dall’alto.
E poi c’è la questione dei tempi. Siamo a marzo. La scuola è iniziata a settembre. Per sei mesi i docenti hanno comprato libri, pagato corsi e abbonamenti con i propri soldi, aspettando una carta che non arrivava. Il ritardo, ci spiega il comunicato, “è legato proprio al lavoro necessario a questo ampliamento”. Traduzione: ci abbiamo messo sei mesi a decidere come tagliare senza farlo sembrare un taglio.
Ma la vera perla linguistica è quell’espressione — “ampliato la misura” — che centinaia di docenti sui social hanno corretto con la pazienza che normalmente riservano agli studenti al primo anno: si è ampliata la platea, non la misura. La misura si è ridotta. Sono concetti diversi. Li distingue persino un ragazzino delle medie, a patto che qualcuno glieli insegni. Ma forse il problema è proprio questo: chi scrive certi comunicati non frequenta le scuole da troppo tempo.
Il governo Meloni, chiude il comunicato, “dimostra ancora una volta di voler valorizzare concretamente il lavoro di chi ogni giorno contribuisce alla crescita educativa nazionale”. Concretamente. Con 117 euro in meno. Concretamente, con sei mesi di ritardo. Concretamente, spostando la formazione sotto il controllo dei dirigenti. Concretamente, spacciando un taglio per un ampliamento.
Come ha scritto un docente di filosofia nei commenti, parafrasando Kant: l’idea di avere cento talleri in tasca è ben diversa dalla realtà di averli. I docenti italiani, questa differenza, la conoscono fin troppo bene. E non hanno bisogno di un sottosegretario che gliela spieghi al contrario.
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