Coltelli e cazzotti per affrontare i conflitti a scuola
di Reginaldo Palermo, La Tecnica della scuola
Non bastano metal detector e misure repressive per gestire i nostri comportamenti ancestrali:
ma la scuola non può, da sola, fare tutto.
Commentare i fatti accaduti nella scuola di La Spezia dove uno studente ha ucciso un compagno di classe usando un “coltellaccio” da cucina è impossibile: l’enormità dell’evento non consente nessuna riflessione razionale.
Per il momento possiamo esprimere il nostro sconcerto e la nostra rabbia; ma forse più di ogni altra cosa ci si sente impotenti di fronte a quanto accaduto, ben sapendo che, purtroppo, eventi del genere potrebbero ripetersi in qualsiasi altra scuola d’Italia già nei prossimi giorni.
E si resta davvero sconcertati a leggere i commenti e le proposte di questo o quel politico.
C’è stato chi, “a botta calda” pochi minuti dopo la morte del ragazzo, ha dichiarato (anzi ha quasi sentenziato) che nelle scuole bisogna installare un metaldetector all’entrata.
Come se, chi volesse sferrare una coltellata ad un compagno, avesse bisogno di entrare in aula: non è difficile capire che a quel punto i “regolamenti di conti” potrebbero benissimo essere fatti nel cortile della scuola prima di passare i controlli.
Anche il Ministro Valditara avrebbe parlato di metal detector, affermando che si potrebbero installare almeno nelle scuole a maggior rischio.
E quali sarebbero le scuole più a rischio?
I professionali delle periferie sarebbero più rischiosi dei licei classici del centro di Milano o di Roma?
Oppure sarebbero più a rischio le scuole con una alta percentuale di studenti che arrivano da Bangladesh rispetto a quelle di studenti di lombardi da 4 generazioni?
Ma possibile che nessuno si ricordi Porta Romane, la vecchia canzone di Giorgio Gaber che ad un certo punto diceva: “E buttami giù la giacca ed il coltello che voglio vendicare il mio fratello”.
Per dire che l’uso dell’ “arma bianca” è ben radicato nella “tradizione” del nostro Paese e non c’è davvero nulla di “etnico” come qualcuno vorrebbe far credere.
Tralasciamo, ovviamente, i problemi pratici ma anche legali, legati alla gestione dei controlli all’ingresso: non abbiamo dubbi che gli uffici del Ministero abbiano già fornito in proposito al Ministro accurate indicazioni tecniche su come affrontare la questione.
In ultimo c’è da considerare anche l’idea lanciata da un Ministro di peso che ha parlato di divieto di vendita di coltelli ai minori.
Ottima cosa, peccato che a La Spezia lo studente che ha usato il coltello, si era procurato l’arma nella cucina di casa.
Insomma, il fatto è che la vicenda di La Spezia mette tutti noi di fronte ad un dato drammatico: non tutto ciò che accade intorno a noi ha una sua “razionalità”, tutt’altro.
Dobbiamo fare i conti quasi ogni giorno con vicende e persone difficili da comprendere e da “decifrare”.
Forse dobbiamo accettare che non tutto può essere tenuto rigorosamente sotto controllo.
Ciò che possiamo fare è di lavorare per diffondere il più possibile una cultura della reciprocità e dell’empatia, unico strumento, forse, utile per tenere a bada i comportamenti più ancestrali di noi stessi e dei nostri simili.
La scuola può e deve fare la sua parte, questo è ovvio: per esempio può insegnare a gestire i conflitti in modo corretto e “democratico”. Ma la scuola non può, da sola, fare tutto, è bene saperlo e sottolinearlo.

