Il dimensionamento scolastico è figlio della scuola azienda e della legge sulla autonomia
di Eugenio Tipaldi, La Tecnica della scuola
Il commissariamento delle regioni di sinistra sul presunto dimensionamento delle scuole non attuato, ci fa riflettere sull’argomento. Per quanto pretestuoso questo commissariamento delle regioni Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna, Meloni stavolta ha ragione: non è colpa sua e nemmeno solo di Draghi che incolpa, ma è una linea liberista che è stata applicata alla scuola, dai vari governi passati, di destra o di sinistra che l’ hanno applicata perché lo vuole l’Europa.
L’austerità imposta all’Italia per il suo deficit eccessivo ha portato alla riduzione delle spese sanitarie e anche a quelle dell’istruzione.
La linea liberista portata nella scuola si è innestata sul progetto di autonomia della scuola, deformandola e trasformando la scuola in un’azienda.
La legge sull’autonomia scolastica è stata introdotta con la Legge 59/1997 (Riforma Bassanini), che ha conferito autonomia alle istituzioni scolastiche, seguita dal D.P.R. 275/1999, che ne ha definito i dettagli: autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e sviluppo.
Nel 2000 il capo d’istituto, il direttore didattico della scuola elementare o il preside degli istituti superiori, è diventato dirigente scolastico, ma gli si è voluto dare un profilo di manager, in coerenza con la linea liberista attuata, facendogli perdere la connotazione di leader educativo.
Ma l’autonomia è stata presa a pretesto soprattutto per ridurre i plessi scolastici. Il dimensionamento scolastico definisce il numero minimo e massimo di alunni per creare istituzioni autonome, con parametri che variano per ordine di scuola (infanzia, primaria, secondaria) e che mirano a un’efficienza gestionale, stabilendo soglie di autonomia (storicamente intorno a 1000 alunni per i primi cicli, con deroghe per aree montane/isole, e soglie più basse per le classi stesse, come 15-18 minimi), ma con piani regionali che possono adattare i criteri, come il recente parametro di 938 alunni per istituzione.
Le Regioni hanno competenza nella programmazione della rete scolastica, definendo piani di dimensionamento specifici.Le scuole che non raggiungono il numero minimo stabilito vengono accorpate ad altri istituti, perdendo il dirigente scolastico e il DSGA, l’ex segretario.
Ma non si riflette abbastanza che avere più scuole con mille alunni complessivi, significa che diventano ingovernabili dal punto di vista educativo, ma ecco che serve il preside manager che deve far ubbidire i suoi sottoposti e farli lavorare.
Ne fanno le spese anche le scuole situate in zone montane dove, nei piccoli paesi, le scuole vengono soppresse e i piccoli alunni devono essere trasportati con pulmini in zone lontane.
Questo in nome dell’efficienza- si dice, in realtà per “razionalizzare”, ossia per fare economia, sulla spesa scolastica.La liberalizzazione delle scuole ha portato anche alla competizione tra le scuole per accaparrarsi il maggior numero di iscritti, per non essere dimensionati.
Ciò ha comportato una “damnatio” per le scuole situate in quartieri disagiati di una città , perché gli alunni migliori s’iscrivono a scuole fuori quartiere e restano i peggiori, determinando le scuole-ghetto. Prima c’era la platea che ti obbligava a iscriverti nella scuola dove abitavi, ma in nome della competizione è stata abolita. Liberi i genitori di iscrivere i propri figli dove vogliono.Non dobbiamo gettare il bambino (l’autonomia che è rimasta, però, formale e non effettiva) con l’acqua sporca (la scuola vista come azienda).
Le distorsioni sono state anche educative e didattiche, con la riduzione di discipline come la filosofia vista come inutile, il greco e il latino considerate lingue morte, dando spazio abnorme a informatica e adesso all’intelligenza artificiale, con lauti guadagni per le aziende del settore.
Con la riduzione della natività in Italia, il dimensionamento colpirà sempre di più, con riduzione degli insegnanti e delle scuole. Il rimedio? Bisognerebbe considerare l’istruzione come investimento, come fattore di crescita anche economica qual è, e ridurre i numeri degli alunni per classe, per educarli meglio, conservando le scuole anche in piccoli centri per non farli spopolare. Un governo progressista, se ci sara’, deve porre nei suoi programmi la centralità della scuola per la crescita del Paese.
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